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Jonathan Rea mi ha detto perché non vince più

Con 6 titoli nel Mondiale Superbike conquistati consecutivamente tra il 2015 e il 2020, Jonathan Rea ha segnato un’era e prenotato un posto nella Hall of Fame del motociclismo. Ma la grandezza di un Campione si vede soprattutto quando le vittorie sembrano solo un miraggio, anche quando la fase calante è forse iniziata e non…

14 Giugno 2023
7 min read

Con 6 titoli nel Mondiale Superbike conquistati consecutivamente tra il 2015 e il 2020, Jonathan Rea ha segnato un’era e prenotato un posto nella Hall of Fame del motociclismo. Ma la grandezza di un Campione si vede soprattutto quando le vittorie sembrano solo un miraggio, anche quando la fase calante è forse iniziata e non più reversibile. Una sola vittoria per Rea negli ultimi 12 mesi, nel Round finale della passata stagione a Phillip Island, mentre in questa anche lottare per il podio sembra tosta per lui e Kawasaki. Il Round di Misano del World Superbike è stata l’occasione per parlare con lui di questo, del rapporto col team Provec e delle dinamiche del Mondiale.

19 novembre 2022, Phillip Island (© Kawasaki Racing – GeeBee Images)

Fuori Traiettoria: Partiamo dalla domanda stronza. Perché non vinci più?

Jonathan Rea: È una buona domanda, sicuramente per me non facile darti la risposta. Il livello in SBK è alto, e da un po’ ormai io e Kawasaki non siamo più il riferimento. Lo sono Bautista e Ducati. Noi dobbiamo migliorare e abbiamo varie ipotesi su come farlo ma siccome le moto sono molto vicine al prodotto di serie, Ducati parte in vantaggio. Col regolamento attuale non c’è molto margine per gli aggiornamenti. Noi ci stiamo impegnando tantissimo per migliorare, ma è un momento difficile e la nostra base di partenza non ha molto potenziale con questo regolamento.

FT: Nonostante queste difficoltà, sei ancora tra i top rider. Come fai a mantenerti su questi livelli da 15 anni? Con cosa ti sei aiutato per essere così longevo?

JR: Sicuramente aver evitato incidenti troppo gravi mi ha aiutato. Ho avuto un paio di infortuni molto brutti ma per fortuna nulla che mi abbia segnato davvero. Anche stare con buone persone in buon team aiuta, la motivazione resta alta e io sono stimolato a dare tutto e così, anche se non siamo i migliori, le motivazioni restano. A questo ora aggiungi la sfida di tornare al top, mi dà una mano perché so il mio potenziale e quello di Kawasaki e voglio che tutti lo vedano.

© Kawasaki Racing – GeeBee Images

FT: E hai vinto molto in tutti questi anni. Quando hai firmato con Kawasaki ti aspettavi questi risultati che hai raggiunto?

JR: No, assolutamente no. Mi aspettavo di essere più forte perché all’epoca Kawasaki era migliore di Honda, Sykes con Baz e pure Lascorz avevano mostrato il potenziale della moto, e io credevo in me stesso. Ma sai, non puoi mai sapere se ci sarà la chimica giusta tra pilota, moto e squadra.

FT: E quest’alchimia c’è stata.

JR: Sì perché oltre alla moto migliore, mi ha aiutato molto il fatto che in KRT mi sento come in una seconda famiglia. Dai meccanici ai manager passando anche per chi cura l’hospitality siamo tutti uniti. Al contrario in Honda l’ambiente era l’opposto. Freddo. Lì le corse servono per fare affari. In Kawasaki siamo una grande famiglia, inclusi i top manager che stanno in Giappone e ci scrivono spesso. Mi scrivono spesso. Questo gruppo è una grande famiglia per cui vale la pena anche stare tanto tempo lontano da casa e stringere i denti nei momenti difficili.

FT: Tornando a te, sei anche un pilota molto duttile. Quand’è servito hai anche cambiato il tuo stile di guida. Quant’è difficile continuare a farlo dopo così tanti anni?

JR: Io penso che la mia più grande qualità sia quella di adattamento così, se la moto non è perfetta, mi adatto per tirare comunque fuori il massimo risultato possibile. Magari non è l’ideale per fare sviluppo, perché vai a coprire dei limiti della moto che non vengono mitigati. Per esempio prima il mio centro di gravità era alto perché stavo su con testa e spalle, poi con questa moto ho iniziato a stare più basso per renderla più docile. È difficile, ma quando capisci cosa devi fare è tutta una questione di pratica e diventa naturale. In passato ho avuto compagni, come Tom (Sykes) e il suo arcinoto Sykes-Style, troppo fermi sul loro stile e questo non ha pagato mentre io sono riuscito a cambiare per far rendere meglio la moto.


FT: E tu come descriveresti il tuo stile di guida?

JR: Il mio stile sembra sempre morbido da fuori, ma io mi sento molto aggressivo così alcune persone mi dicono che posso spingere di più ma in realtà sono già oltre il limite. Col cuore che batte a mille. Non sono come Toprak o Bassani, con la moto sempre di traverso, ma più verso uno stile smooth come Biaggi o Lorenzo senza però essere nemmeno come questi. Sto da qualche parte, nel mezzo.

FT: A proposito, ti abbiamo visto fare degli splendi duelli con Bassani. Sembra siano stati divertenti anche per voi.

JR: Sì, ma qualche volta Bassani sembra pensare più alla curva dopo che al traguardo. A prima vista può sembrare immaturo ma ha un buon talento, si vede che è veloce ma gli manca ancora esperienza. È ancora un diamante grezzo sui cui bisogna lavorare. È veloce, con un grande potenziale.

FT: Vivendola da dentro, com’è cambiata la SBK in questi anni?

JR: Sono qui da tanto tempo. Ricordo che una volta Ducati era la Factory di riferimento coi vari Fogarty, Corser, Hodgson e Bayliss che dettavano legge. Poi altri produttori sono entrati in maniera diretta, e piano piano ci siamo trovati nella situazione attuale in cui tutte le case supportano molto bene anche i team satellite, vedi GRT o altri che hanno lo stesso materiale degli ufficiali. Penso sia diventato un bel campionato per tutti.

© Kawasaki Racing – GeeBee Images

FT: E nel frattempo Bautista ha portato questo stile da 250. Si tratta solo di una fase o è un’evoluzione avvenuta nel motociclismo?

JR: Io penso che tutto sia in evoluzione costante. Tutto continua a cambiare. Nel nostro caso, sono le gomme a dettare le regole. Ora le prestazioni delle gomme sono così elevate che possiamo tenere velocità pazzesche in curva. In passato con Pirelli lo stile Stop&Go funzionava molto perché il grip in piega non era molto, dovevi cercarlo a moto dritta. Con lo sviluppo ci hanno iniziato ad offrire sempre più grip sulla spalla e durata. Ora possiamo usare molto di più gli pneumatici in piega. Inoltre io credo sia sempre fondamentale trovare la giusta alchimia tra moto e pilota. Guarda proprio Bautista: in Honda era un pilota normale, andava quanto Haslam; in Ducati è diventato il punto di riferimento. E guidava allo stesso modo. Il feeling con moto e squadra è sempre fondamentale.

FT: Pirelli ha iniziato a lavorare anche su delle nuove soft anteriori. Non ne sembrate entusiasti.

JR: Non è una cosa che aiuta né me né Kawasaki. Noi siamo molto aggressivi sull’anteriore e abbiamo bisogno di tanto supporto in frenata dallo pneumatico, quindi solitamente andiamo sempre sulle soluzioni anteriori più dure sennò non ci durerebbe per tutta la gara. Sicuramente i piloti più leggeri troveranno il vantaggio del maggior grip senza lo svantaggio della minor durata, perché mettono meno energia sulla gomma. Per piloti come me, Baz o Scott (Redding ndr) l’anteriore SC0 si muove troppo e ha un consumo eccessivo che lo rende improponibile nelle gare lunghe.

FT: Da fuori il monogomma sviluppato da Pirelli per il World Superbike sembra il migliore. È così?

JR: Sì e no, dipende da come la guardi. Per me è importante che ci sia competizione ma anche equità e questa cosa con Pirelli c’è. In passato, senza monogomma, i team ufficiali avevano le gomme speciali e gli altri degli scarti se non proprio gomme vecchie. Ma a livello di pura competizione, competere contro altri brand come mi è successo a Suzuka rende tutto più affascinante.

FT: Per Pirelli fate anche lavoro di sviluppo, gli fate da tester. Come ti ci trovi?

JR: Non è sempre facile. Non sono un grande fan di questa strategia, non mi sono mai nascosto ma capisco Pirelli. Non hanno un vero test team, così usano dei piloti e il campionato per sviluppare le gomme. Ma già possiamo provare poco fra venerdì e sabato mattina, 90 minuti il venerdì e 30 minuti il sabato, se poi dobbiamo dedicare una buona parte del tempo a fare anche questo lavoro… E mi dispiace non riuscire sempre a dare una mano a Pirelli, ma anche noi abbiamo le nostre priorità. Per esempio capita che in una giornata di test abbiamo dieci cose da provare e loro ci danno anche una nuova gomma da provare, per almeno 10 giri. A questo aggiungi che il meteo può non essere granché e restano poche ore buone.

FT: Questo lavoro lo fate anche nei Round di gara, con le varie opzioni di sviluppo. È altrettanto complesso?

JR: Sì, sì! Capita che portino tante gomme di sviluppo nei week end di gara e questo porta tanta confusione in quel poco tempo che abbiamo. Quand’è così i turni del venerdì vengono quasi destinati a capire le gomme, piuttosto che a trovare il giusto set up della moto. Poi capita che fai tutto sto lavoro e quando ti svegli domenica… piove. E non sai che gomme usare perché ci sono pneumatici di sviluppo anche per il bagnato.

FT: Ultima domanda. Con tutta la tua esperienza, tra qualche anno ti piacerebbe aprire una tua academy?

JR: Ho pensato a qualcosa del genere, ma non saprei come farla. Sto in Irlanda e abbiamo solo circuiti semplici, non piste dove imparare a guidare come Misano o Donington. Qualche volta ci penso ma non è una cosa che mi stimola al momento. Quando mi fermerò, prenderò un paio d’anni per capire cosa fare. Intanto sto bene qui.

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Filippo Gardin

Padovano classe 1993, ho iniziato a 2 anni a guidare, in quel caso una mini-replica della moto di Mick Doohan e da lì non mi sono più fermato. 2 e 4 ruote, entro e fuori strada e anche pista: cambiano le forme ma sono tutti frutti della stessa passione. Vi racconterò il Motomondiale, con la testa e con il cuore.

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