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Ci sono dei giorni in cui il motorsport fa schifo

Sono cresciuto in un’epoca in cui il mondo dei motori era percepito come privo di rischio. Mi sono appassionato al motorsport in un’epoca in cui la paura della morte era stata archiviata, in fondo a polverosi scaffali che riportavano le etichette “Imola 1994”, “Canada 1982”, “Belgio 1982”… scritte oramai quasi illeggibili, logore per il passare del…

1 Settembre 2019
4 min read

Sono cresciuto in un’epoca in cui il mondo dei motori era percepito come privo di rischio. Mi sono appassionato al motorsport in un’epoca in cui la paura della morte era stata archiviata, in fondo a polverosi scaffali che riportavano le etichette “Imola 1994”, “Canada 1982”, “Belgio 1982”… scritte oramai quasi illeggibili, logore per il passare del tempo; etichette che non potevano appartenere al mondo contemporaneo. Mi sono trovato ad amare questo sport in un’epoca in cui no, non poteva più succedere.

© ASPhotography
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Ed è proprio per tale torpore in cui ci eravamo adagiati che giornate come quella di ieri ci sbattono la spietata realtà in faccia con una violenza inaudita. Ci riportano con i piedi per terra, pervasi da una sensazione di rigetto nei confronti di ciò che più amiamo.

Ieri, tra i dislivelli di Spa-Francorchamps, il motorsport ha deciso di mostrarci nuovamente il suo vero volto. Un volto in cui lo scorrere furioso dell’adrenalina, il rombo dei motori che fa tremare le ossa e le pulsazioni che salgono insieme alla lancetta del tachimetro, sono solo uno dei due volti della medaglia. Un volto in cui il beffarsi della sorte lanciandosi a oltre 300 chilometri orari “solo” per poter urlare al mondo di essere il più veloce ha un prezzo inestimabile da pagare.

Per quanto fossi stato al tempo devastato dalla morte di Jules Bianchi, quell’incidente non era stato sufficiente per squarciare definitivamente il ‘Velo di Maya’ che mi si parava dinnanzi agli occhi. “È stata una situazione tanto tragica quanto particolare, non un normale incidente di gara” e tornavo nel tepore della mia falsa illusione. Ma dentro, nel profondo della mia testa, qualcosa era già scattato. Non percepivo più gli incidenti, anche i più banali, come parte dello spettacolo. Ogni volta un silenzio assordante aveva cominciato ad accompagnare gli interminabili secondi che il pilota impiegava ad uscire dai rottami della propria vettura. Ma questo, appunto, noi meandri della mia mente. La mia parte conscia continuava a ripetere sempre il solito mantra: “No, non può più succedere”.

© ASPhotography
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Nulla di diverso è accaduto al secondo giro della Feature Race della Formula 2 a Spa: un urlo mal trattenuto quando le telecamere hanno staccato sulla scocca spezzata a metà della Arden di Hubert e su Correa, capottato e con i piedi fuori dalla macchina. Poi di nuovo, come una macchinetta a ripetermi quella stupida frase. Ma perché poi? Io lo so benissimo che il motorsport è pericoloso. Sarà un istinto auto-protettivo del subconscio? Magari senza questo meccanismo di difesa non riuscirei ad appassionarmi alle corse. Magari, se non facessi finta di ignorare la cruda realtà non potrei accettare, figuriamoci esaltarmi, per dei miei coetanei che rischiano la vita. E per cosa poi?
Ma non c’era tempo per pensarvi, tutto scorreva veloce come non mai: la bandiera rossa, il telo sulla macchina, le ambulanze, i tweet che sgorgavano in ininterrotte e contraddittorie speculazioni sullo stato di salute dei piloti coinvolti…

“Ci sei già passato, ricordi? Hai le stesse sensazioni che avevi provato lo scorso anno per Sophia Floersch, ricordi? E tutto andò bene, ricordi? Non può più succedere insisteva il mio cervello.
Ma quella tiepida bugia che mi piaceva raccontarmi era lì lì per essere disintegrata con una spietatezza disarmante. Alle 18:35 si è sbriciolato il meccanismo di difesa che mi ero costruito per farmi piacere questo sport, sport che infatti -mentre scrivo a caldo- mi fa schifo. Mai come prima comprendo quelle parole che spesso si leggono su Internet: “Dopo Imola ’94 non sono più riuscito a seguire la Formula 1”.
Sarà una fase transitoria -spero-, ma per quanto mi dovrò portare addosso questo macigno? Giorni? Settimane? Mesi?

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In tutto questo, giro un attimo lo sguardo e vedo tribune gremite non di appassionati, ma di tifoserie della più becera specie e sento crescere dentro un nervosismo che solo in un modo posso cercare di trasformare in un augurio, augurandomi che questo pugno nello stomaco serva a tutti gli imbecilli che definiscono i piloti odierni “da playstation”, per rendersi conto che la crudeltà è intrinseca nell’anima delle corse e sempre lo sarà.

Che questa sensazione di nausea che ci pervade ci aiuti tutti a sentirci sporchi la prossima volta che esultiamo per l’incidente di un pilota ‘rivale’.

Che la morte di un ragazzo che a 22 anni era ad un passo da raggiungere il proprio sogno ci unisca, permettendoci di portare il dovuto rispetto a chi, dietro una visiera, è disposto a sacrificare tutto pur di perseguire la propria vocazione.

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Carlo Ferraro

Classe tanta e '96, comincio a seguire la Formula 1 all'età di sette anni. Da lì la passione per le corse non smette di crescere, fino a far diventare il motorsport parte integrante della mia quotidianità.
Ad oggi, tramite FuoriTraiettoria, sono accreditato Formula 1 e Formula 2.

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