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Altre forme di vita: Cizeta Moroder, l’ante Diablo

Siamo nel 1985. Italia. Un Paese completamente diverso rispetto a quel che vediamo oggigiorno. C’è entusiasmo, intraprendenza, l’Italia è il Paese che cresce di più al mondo: in quel 1985, in Italia, gli italiani credono di poter fare tutto. E’ un sentimento diffuso, in ogni ambito della società civile: dal pallone fino alla politica, con…

8 Febbraio 2021
6 min read

Siamo nel 1985. Italia. Un Paese completamente diverso rispetto a quel che vediamo oggigiorno. C’è entusiasmo, intraprendenza, l’Italia è il Paese che cresce di più al mondo: in quel 1985, in Italia, gli italiani credono di poter fare tutto. E’ un sentimento diffuso, in ogni ambito della società civile: dal pallone fino alla politica, con l’infuocata vicenda di Sigonella tra il nostro Bel Paese e gli Stati Uniti. Ognuno sembra capace di poter cambiare il mondo, la storia, e di fare ciò addirittura meglio degli altri. Ed è così che la nostra storia inizia: sulle ali di una voglia irrefrenabile di cambiamento.

E’ forse questo sentimento che, in quel non troppo lontano 1985, ha convinto Claudio Zampolli a lasciare la Lamborghini e proseguire la sua strada. Ma chi è Claudio Zampolli? E cosa fa per Lamborghini? Beh, Claudio Zampolli è un dipendente Lamborghini che opera nel mercato americano. Il suo compito? Vendere più vetture possibili per la casa di Sant’Agata. Le “Lambo”, al di là dell’Atlantico, sono oggetti del desiderio per molti imprenditori, artisti e membri del jet set, ed è per questo che Zampolli riesce a creare e intrattenere numerosi rapporti e contatti con il mondo automobilistico statunitense. Un buon punto da dove partire per il suo progetto. Ai tempi la Lamborghini è nelle mani di Chrysler e versa tutto fuorché in buone acque. Inoltre, le grandi discussioni sempre più frequenti con la proprietà americana aggiungono ulteriore benzina sul fuoco, tanto da far meditare l’addio e poi portare all’abbandono da parte di Zampolli della casa che fu di Ferruccio Lamborghini. E’ da qui che inizia e parte la storia della Cizeta, marchio così legato al proprio creatore al punto da portarne sempre con sé le iniziali. Ci e Zeta, per l’appunto.

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Nel puzzle della Cizeta manca un grande e fondamentale tassello: la pecunia, il dinero, gli sghei se preferite. Nell’universo di contatti e idee creato da Zampolli manca un finanziatore di grande portata, per un progetto al quale serviranno ingenti capitali. Tra i tanti papabili, alla fine spunta un connazionale di Zampolli. Anche lui vive negli States e anche lui è piuttosto famoso e conosciuto: Giorgio Moroder. Quest’ultimo negli anni ’80 – e forse ancora oggi – è uno dei più grandi nomi che siano mai comparsi nel panorama musicale mondiale, che gli riconobbe immane talento consegnandogli (tra le altre cose) anche 3 premi Oscar per le sue colonne sonore. E’ proprio lui, appassionato di auto, a sposare l’idea e l’ideale che anima la Cizeta, tanto da stanziare ingenti capitali per avviare e far fiorire il tutto. Il progetto Cizeta, con l’arrivo della giusta passione e di capitali adeguati, può finalmente prendere il via. In Lamborghini sono in molti gli scontenti a causa della proprietà Chrysler, e così da Sant’Agata a Modena – sede della Cizeta – numerose persone si muovono e cambiano casacca. Tra queste, la più famosa è Marcello Gandini. Se c’è un nome che sa far muovere gli animi e far crescere gli entusiasmi, quello del designer italiano è sicuramente il nome giusto. Colui che ha realizzato la Montreal, la Stratos e dalla Miura in poi ha legato il suo nome a quello di Lamborghini è forse la miglior firma di qualità che negli anni ’80 si potesse mettere su una vettura. Gandini, come tanti, è uno di quelli che con la direzione Chrysler è in pieno contrasto. Leggenda vuole che fu proprio l’ennesima correzione sui bozzetti della futura Lamborghini – la Diablo –  a spingerlo a sposare completamente il progetto Cizeta, con i bozzetti originari della Diablo devoluti al nuovo progetto. Esiste però un’ulteriore leggenda nella leggenda, secondo la quale fu proprio lo stesso Moroder a presentare la bozza della futura supercar, dopo le prime bocciature di Zampolli sui bozzetti di Gandini e lo stesso designer che si prese la briga di rivedere e correggere il disegno del compositore.

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La matita di Gandini fa dunque prendere forma e sostanza a un’auto che nasce a qualche km di distanza da dove avrebbe dovuto originariamente vedere la luce. Il progetto è un autentico capolavoro visionario. Difficilmente si è mai vista nell’automobilismo una vettura che, nelle forme, richiamasse la maestosità del propulsore come leitmotiv dello stile. L’abitacolo, nei progetti, è posto completamente sull’asse anteriore. L’auto che mano a mano prende vita è un autentico capolavoro, ed è di una bellezza sconvolgente. Unica. Il grande vano posteriore serve ad ospitare il mostruoso 16 cilindri. Già, perché nella Cizeta, questa vettura così particolare, speciale, visionaria anche il propulsore deve essere dello stesso pedigree. Dalla terra dei motori, viene partorito un piccolo capolavoro di ingegneria: un 16 cilindri aspirato trasversale (la sigla dell’auto 16 T rappresenta appunto il motore) a 90° con 4 valvole per cilindro, 5995 centimetri cubici di cilindrata, capace di sprigionare 540 CV e 592 Nm. Qui, tra misteri e leggende che ogni storia che si rispetti porta con sé, dicono che l’origine del propulsore siano due motori da 3 litri – quelli che venivano montati sulla Lamborghini Urraco – poi uniti per formare questo poderoso 16 cilindri. Le dimensioni imponenti (4 metri e mezzo di lunghezza per 2 di larghezza), fanno lievitare il peso della vettura, che non utilizza compositi in fibra di carbonio per il telaio – tubolare in acciaio – raggiungendo dunque i 1700 kg di peso. Nonostante una mole non propriamente da auto sportiva, la V16 T riesce a raggiungere i 328 km/h, coprendo lo 0-100 km/h in 4″5. Prestazioni degne di nota ancora oggi.

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Questi numeri, idee e progetti sono grandiosi. Ma, nei fatti, la realtà della Cizeta è leggermente più cupa e insidiosa di quanto le apparenze non dicano. 

E’ il 1988. La vettura viene finalmente presentata in America. Non è una scelta casuale, anzi. E’ lì infatti che Zampolli ha tutte le sue conoscenze, è lì che conosce bene il mercato. Sa perfettamente che è negli States che la vettura può essere protagonista e trovare il giusto pubblico, la giusta clientela su cui puntare. Come tutte le storie degne di questo nome, anche in questa che state leggendo vi sono delle parti fumose, delle parti in cui la nebbia del racconto fonde – fin quasi a far confondere – leggenda e realtà. Si dice infatti che la V16 T, nonostante la presentazione in pompa magna, non sia ancora pronta. Manca poco alla partenza, e i lavori proseguono in maniera incessante. Finalmente, a tarda notte, poche ore prima dell’imbarco, la vettura è completa, pronta per essere presentata al grande pubblico. Il successo è immediato: tutti sono affascinati e ammaliati dalla Cizeta. Resta, tuttavia, un “però”. L’auto, nonostante sia stata presentata e alcuni esemplari siano già stati venduti, non ha ancora ottenuto l’omologazione per il mercato americano. E’ passato un anno, e la Cizeta continua a non ottenere l’omologazione per il mercato USA. La joint venture tra Moroder e Zampolli inizia a complicarsi. Irrimediabilmente. Per progettare e rendere operativa la vettura sono stati già spesi oltre 6 miliardi, secondo le stime: sono tanti, tantissimi soldi e così, per abbattere  – anzi, contenere – gli esorbitanti costi vengono utilizzate per la Cizeta alcune componentistiche a buon mercato provenienti dal gruppo Fiat, che fanno storcere il naso e cozzano con la pelle e la radica di qualità sopraffina. Non solo: visti i problemi burocratici che continuano a persistere, Giorgio Moroder nel 1990 decide di abbandonare la società. Complice la lungaggine delle procedure amministrative, la neonata casa di Modena vede scemare molto di quell’interesse che era stata in grado di creare. Molti degli ordini effettuati non vengono confermati.

La situazione non è rosea, ma finalmente nel 1991 i primi esemplari vengono consegnati, tra cui due al Sultano del Brunei. Tuttavia, le vetture vendute dal 1991 al 1995 sono troppo poche per tenere in vita questo visionario progetto: meno di 10, secondo le fonti. Il costo esorbitante dei modelli, i problemi di omologazione, la difficoltà nel costruirla dato il suo assemblaggio artigianale, le contrazioni del mercato ma soprattutto l’arrivo della Lamborghini Diablo – vettura che condivide lo stesso DNA della V16T –  sono tra le principali cause della deflagrazione della Cizeta. La casa di Claudio Zampolli, sommersa tra problemi burocratici e finanziari, dichiara così bancarotta. E’ la fine di un sogno, di un uomo e di un progetto maestoso che si è scontrato con le insidie della vita e del mercato. Uscendone, purtroppo, sconfitto.

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P.S. In realtà, la Cizeta continua tutt’oggi a vivere in America come casa automobilistica, sotto la denominazione di “Cizeta Automobili Usa”. Nei primi anni 2000 è stato venduto un prototipo, in versione spider, denominato “Fenice TTJ”, che stando a quanto dice il sito è tuttora ordinabile. Chissà…

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Marco Perziani

Dal 1991 ossessionato dai motori. Vi parlo di nuove uscite, e narro storie. Tutto esclusivamente a base di cilindri, passione, odor di carburante possibilmente sulle note di un V10 aspirato.

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