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Kintsugi e Ferrari: Daytona ’67

Kintsugi, un termine insolito: indica un’antica arte giapponese che consiste nel riparare oggetti con l’aggiunta di oro o argento. L’oggetto prende un nuovo aspetto, un nuovo valore ancor più prezioso di quello originale. Questa antica arte ha anche un suo significato filosofico che consiste nel dare valore alle ferite, per migliorare e migliorarsi. Spesso ci…

25 Gennaio 2020
6 min read

Kintsugi, un termine insolito: indica un’antica arte giapponese che consiste nel riparare oggetti con l’aggiunta di oro o argento. L’oggetto prende un nuovo aspetto, un nuovo valore ancor più prezioso di quello originale. Questa antica arte ha anche un suo significato filosofico che consiste nel dare valore alle ferite, per migliorare e migliorarsi. Spesso ci vuole tempo per curarsi, ma a volte le cicatrici acquistano una nuova forma e quel che sembrava rotto, da buttare, prende nuova linfa vitale rendendo unico ed inestimabile il risultato. Chissà se in Ferrari agli occhi del Drake, sia mai arrivata questa antica tecnica e filosofia orientale. Probabilmente la risposta è no ma, allo stesso tempo, questo è il mantra che ci porta alla leggendaria Daytona del 1967.

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Il 1966 ha consegnato alla storia – recentemente portata sul grande schermo attraverso il bellissimo film “Ford vs Ferrari” – la più grande rivalità sportiva che l’automobilismo abbia mai conosciuto. Golia ha sconfitto Davide, perché a dispetto di quanto si possa capire erroneamente nella pellicola appena uscita la Ford è un’armata dai mezzi economici inesauribili dove lavorano migliaia e migliaia di lavoratori. Al contrario Ferrari è una piccola fabbrica con 500 dipendenti, che grazie ai suoi uomini e al suo condottiero ogni anno migliora, con l’arte dell’ingegno e delle capacità dei propri uomini, le auto da sogno che produce. E’ proprio questa la chiave di lettura che ci porta a Daytona: l’ingegno unito allo Kintsugi. Effettivamente, l’antica arte giapponese – seppur probabilmente sconosciuta a Maranello -, ha il suo naturale valore filosofico perché gli uomini battuti a Le Mans con in testa il Commendator Ferrari nelle loro recenti ferite, in quelle cicatrici, hanno acquisito nuovo valore, una nuova cognizione. Dall’altra parte però c’è ciò che ha da sempre caratterizzato noi italici: l’ingegno. Quell’ingegno che porta i vertici Ferrari a preparare in ogni minimo dettaglio lo sbarco oltreoceano.

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Ecco perché in Ferrari, dopo la Le Mans del 1966, concentrano tutti gli sforzi sulla nuova vettura che dovrà partecipare al campionato mondiale Sport-Prototipi. La vettura è già ultimata a ottobre, un vero e proprio record per quei tempi. E’ l’evoluzione della 330 P3, si chiama 330 P4 e la storia la consacrerà come una delle vetture più belle di ogni tempo. L’estetica è simile al modello precedente ma grazie al lavoro in galleria del vento viene migliorata a livello aerodinamico – molto più bassa e con un miglior cx. Non solo, vengono adottate nuove soluzioni come ad esempio i freni, ora alloggiati sulle ruote, con tanto di piccola presa nella parte posteriore – ricavate nella zona delle portiere – per convogliare aria sull’impianto frenante. Il telaio a traliccio è completamente ridisegnato, come le sospensioni. La novità più importante risiede però nel binomio motore – cambio. La P4 infatti monta un nuovo propulsore a 12 cilindri ad iniezione indiretta – sempre di 4 litri – con nuove testate ed una distribuzione a 4 assi a camme in testa con 3 valvole per cilindro – due di aspirazione ed un di scarico – e, la potenza sviluppata è ora di 450 CV. Il cambio, al contrario del precedente modello – la P3 montava uno ZF -, è sviluppato completamente dalla Ferrari. La vettura ha un’altra peculiarità molto importante: il peso davvero contenuto che si attesta sui 792 kg. Ferrari e Forghieri però sanno che tutte queste caratteristiche tecniche che rendono estremamente competitiva la vettura non bastano, bisogna rasentare la perfezione. Così a dicembre la vettura e il team vengono inviati proprio a Daytona a svolgere i test. Questo fattore sarà fondamentale nel tarare e migliorare la vettura per poter tentare l’impresa a casa della Ford. I tempi segnati nei test e le indicazioni sono ottime: ora si sa come migliorare e limare i dettagli per dar filo da torcere alla casa Americana. Per capirci, i test sono così buoni che spaventano la casa dall’ovale blu costringendo Shelby, in attesa del modello “J” della GT40, a modificare la MK II inserendo un doppio carburatore quadricorpo per aumentare la potenza e colmare quel gap dato dal peso – più di 1200 kg – della Ford. Nel frattempo in Italia, al rientro dai test, c’è un importante avvicendamento che nel corso di questa storia avrà un suo peso: Franco Lini, penna sopraffina del giornalismo italiano, viene nominato Direttore sportivo del Cavallino.

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Si arriva così ad inizio febbraio, un altro anno pieno di rivalità si affaccia ed inizia proprio a Daytona. La casa di Maranello è davvero agguerrita e, assieme ai vertici sportivi, stila un piano ben preciso per avere la meglio sulla concorrenza grazie anche ai dati raccolti nei test precedentemente effettuati. Tutto è calcolato al millesimo: ritmo, soste, consumi, c’è la completa pianificazione di ogni singolo dettaglio per la 24h. Le qualifiche sono a senso unico per la casa di Dearborn. Si arriva così alla gara, che prende il via con la Chaparral e le Ford che vanno in testa con un’incredibile foga. Hanno un ritmo indiavolato, ma la Ferrari mantiene il suo passo e le dovute distanze, seguendo alla lettera quanto pattuito a tavolino. La gara è subito viva per le case statunitensi che prendono il largo in fretta ma, come storie delle gare di durata insegna, in ogni corsa il fattore affidabilità può accanirsi su alcuni dei protagonisti quasi fosse uno strano segno del destino. La prima a farne le spese è la Chaparral guidata da Phil Hill, che va a muro dopo la rottura di una sospensione. Rimangono quindi le Ford. Le auto di Henry Ford macinano chilometri su chilometri ma, inesorabili, anche per loro le noie meccaniche arrivano e, delle sei vetture partenti, cinque vanno fuori dalla corsa. La competizione è un susseguirsi di colpi di scena, e il tutto è per “merito” di Ford. Le GT40 costrette al ritiro per guai meccanici si susseguono: la prima a farne le spese è la n.4 con al volante Dunohoue – Revson al giro 236, mentre tra il il giro 274 e 299 sono costrette al ritiro la n. 2 di Bockum – Gadner, la n.5 di Andretti – Ginther e la n.6 di Ruby – Hulme. Il motivo? Il supplemento di potenza dato dal doppio carburatore ha compromesso l’affidabilità delle MK II, che durante la corsa vedono cedere l’albero di trasmissione ed il cambio. Passata la metà della gara, le Ferrari sono in testa senza rivali, con l’unica Ford capace di impensierire il Cavallino – la n.3 di Foyt – Gurney – che al giro 464 sbiella. Il primo rivale, a quel punto, diventa la Porsche: impensabile alla vigilia. Le Ferrari di Bandini – Amon, Scarfiotti – Parkes e Rodriguez – Guichet (che guidano una P3 su specifiche p4 denominata 412P) scandiscono giri come un metronomo. A 12h dal via la 330 P4 di Bandini – Amon ha percorso esattamente 333 giri, la metà esatta dei giri totali al traguardo. Il team guidato da Forghieri mantiene il ritmo come pronosticato alla vigilia, fino a quando nelle battute conclusive arriva un ordine di scuderia: le Ferrari devono tagliare il traguardo insieme. E’ così, grazie all’intuizione del Drake – nominare Lini, Ds del team – l’allora direttore sportivo, da uomo di stampa, vede le potenzialità per qualcosa di epico e, decide di rendere la pariglia per quanto accaduto a Le Mans qualche mese prima.

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Le Ferrari tagliano il traguardo insieme. L’immagine delle GT40 come ideale di forza e vittoria, trionfanti sul circuito transalpino appaiate, viene spazzato via. La prima Ford GT40 è la MK I con motore 4.2 litri al sesto posto guidata da Thompson – Ickx, prima della categoria GT, mentre l’unica MK II sopravvissuta è subito dietro con alla guida il duo McLaren – Bianchi. La stampa mondiale è estasiata dal capolavoro del Cavallino, i giornali americani titolano a tutta pagina: “Uno, due, tre Ferrari!”. E’ un tripudio. Davide ha sconfitto Golia. Bandini urla di gioia dichiarando quanto estenuante sia stata la gara, che per lui segna un nuovo inizio dopo il periodo nero vissuto l’anno precedente. Un ultima gioia per Lorenzo, pilota dal talento cristallino che vedrà tragicamente infranti i suoi sogni futuri qualche mese dopo nel GP di Monaco. Gli stessi uomini, feriti qualche mese prima, come insegna l’arte dello Kintsugi, attraverso le loro cicatrici sono diventati più forti, migliori e, grazie all’ingegno di quel piccolo e ristretto gruppo di persone sono riusciti in poco tempo a fare l’impensabile. L’intelligenza e il sapiente utilizzo dei mezzi a disposizione ha messo KO il più importante e grande costruttore di veicoli al mondo, andando a consegnare alla Storia del Motorsport una delle imprese epiche che tuttora, a distanza di decenni, continuano a far considerare Ferrari come ideale di vittoria e perfezione, in campo automobilistico e non.

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Marco Perziani

Dal 1991 ossessionato dai motori. Vi parlo di nuove uscite, e narro storie. Tutto esclusivamente a base di cilindri, passione, odor di carburante possibilmente sulle note di un V10 aspirato.

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