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Inghiottito dal deserto: come la Dakar ebbe inizio

I suoi passi pesanti affondavano nella soffice sabbia del Ténéré accompagnati solamente dall’affannoso respiro di chi procede per inerzia, più che per volontà. Non sapeva dove stesse andando, lui continuava a camminare e basta. Il sole stava tramontando dietro a quelle dune, tanto imponenti quanto volatili, come un’enorme sfera di fuoco pronta a inghiottire il mondo…

20 Dicembre 2017
6 min read

I suoi passi pesanti affondavano nella soffice sabbia del Ténéré accompagnati solamente dall’affannoso respiro di chi procede per inerzia, più che per volontà. Non sapeva dove stesse andando, lui continuava a camminare e basta. Il sole stava tramontando dietro a quelle dune, tanto imponenti quanto volatili, come un’enorme sfera di fuoco pronta a inghiottire il mondo intero con quelle sue vampe sempre più sfumate. Il riflesso della nostra stella sulla sabbia incandescente puntava dritto nelle sue iridi. Aggrottò le sopracciglia e si coprì gli occhi con la mano destra mentre usava quella sinistra per aiutarsi a sedersi per terra. Ora era lì, seduto a gambe incrociate, da solo e circondato da minuscoli innocui granelli di roccia erosa, quasi particellari, che messi insieme stavano però costruendo la sua prigione. La sua tomba.

Il suo indice destro scriveva, stanco, qualcosa nella sabbia. “Thierry Sabin-“. Cancellò la scritta prima di concluderla con un colpo di mano frutto di un attacco di stizza mista a rassegnazione. “Thierry Sabine… è stato qui” pensò. “…E chissà per quanto altro tempo ci rimarrà…”.

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Era il 1977, Thierry era partito da Abidjan qualche giorno prima, era troppo stanco e spaesato per sapere quanti di preciso, in sella alla sua Yamaha XT 500, pronto a sfidare Madre Natura in uno di quei deliri di onnipotenza che rendono grande l’uomo. Quello che aveva di fronte al momento della partenza era un Rally-Raid che doveva concludersi a Nizza, ma non prima di aver fatto ruggire i motori dei vari veicoli tra le infinite distese dei deseri africani. Giunto sul suolo libico, un piccolo errore di valutazione: Sabine perde la pista e si stacca dal gruppo e quando se ne rende conto è già troppo tardi. Ha perso l’orientamento e, a causa di ciò, unito come in un cocktail letale all’adrenalina che pulsa furiosa nelle vene, perde in breve tempo anche la lucidità. In una frenetica ricerca di una pista fra le rocce, perde il controllo della moto e impatta violentemente con il suolo rompendo bussola e orologio.

Senza quei fondamentali, seppur rudimentali, strumenti Thierry Sabine è abbandonato a se stesso con una mente offuscata da ribollenti emozioni e una mappa cartacea completamente inutile quando non si ha la minima idea della propria posizione. Sceglie una direzione quasi a caso, affidandosi ad una fortuna che si rivelò latitante, e riprende la sua marcia a bordo della Yamaha sperando di imbattersi prima o poi in un villaggio o in qualche nomade del deserto. Ma ad ogni duna ne segue un’altra uguale, in un infinito loop di crescente disperazione. Ogni scollinamento presenta null’altro che altri, infiniti, chilometri di nulla e desolazione che spengono progressivamente la già fievole fiamma della sua speranza. Ma Thierry Sabine è folle e testardo, e fino a sera continua a ruotare il polso destro dando gas alla XT 500 che continua imperterrita a scalciare via la sabbia con la ruota posteriore fino a quando non cala la notte.

Le tenebre del deserto non sono mitigate da qualche luce artificiale come praticamente ovunque nella sua amata Francia e il buio finisce per avvolgere lui e qualsiasi cosa che lo circondi. Decide di fermarsi e riposare sulla sabbia che diviene sempre più tiepida. Domani abbandonerà la moto e proseguirà a piedi il suo cammino verso la salvezza. Ma con sé, Thierry, ha poca acqua e niente cibo: il tempo stringe sempre di più, come un cappio attorno al suo collo.

L’alba sul Ténéré è uno degli spettacoli più affascinanti sul nostro pianeta, ma lui è troppo scosso per accorgersene. O meglio, non se ne accorge… ancora!

thierrysabine3Sabine abbandona la moto, si toglie le scarpe e riprende il suo vagare tra le dune. Il giorno da un lato non passa mai e i suoi passi sembrano infiniti, dall’altro sembra volare in un battito di ciglia quando ci si rende conto che ogni ora che passa significa essere sessanta minuti più vicini alla propria fine. Aveva cercato di risparmiare acqua per tutta la giornata, ma ora la sete bruciava la sua gola costringendolo a deglutire quell’ultimo sorso rimastogli. Estrae la borraccia e riesce riempire solo mezza bocca. Si passa l’acqua tra una guancia e l’altra più volte per reidratare le fauci, prima di mandare giù. Cerca di godersi al massimo il fresco passaggio dell’acqua lungo la trachea ormai secca.

Un’altra notte e un altro giorno si susseguono nel loro eterno scorrere e ci ritroviamo all’inizio del racconto. Sabine non ha mai smesso di camminare. Lui, la pelle, vuole venderla cara persino al deserto. Sta seduto là, da solo a gambe incrociate, pronto ad affrontare un’ulteriore volta il buio totale, succhiando alcune pietre per creare un po’ di saliva nella sua bocca ormai arida. All’improvviso una sensazione: sente una specie di richiamo della natura e decide di scalare un’ultima duna per quel giorno ed appolaiarcisi in cima per godersi gli ultimi raggi di sole che poche ore prima malediceva e di cui a breve sentirà terribilmente la mancanza.

Ma lì, su quella duna, Thierry ha una rivelazione.

Si dimentica di tutto quello che ha passato negli ultimi tre giorni: tutto quello che riesce a vedere nella sua testa sono moto che si inseguono tra le colline di sabbia e tutto quello che riesce a sentire nella sua testa sono rombi di motori monocilindrici che squarciano il silenzio del panorama. Se mai fosse riuscito a sopravvivere, pensò, avrebbe voluto sfidare in un un secondo round quel deserto che da giorni stava giocando con lui come fa il gatto con il topo. E la rivincita sarebbe arrivata sottoforma del più sfiancante e folle dei rally-raid mai ideati.

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La mattina successiva Sabine si sveglia già esausto. “Se mi troveranno, mi troveranno qui”, si dice. Raggruppa alcune rocce prima disporle a “X” per lanciare un segnale ad eventuali velivoli che avrebbero sorvolato la zona. Finito il lavoro si siede nuovamente per terra. Tasta le tasche e sente qualcosa in quella destra. Infila la mano ed estrae l’oggetto.

E’ un piccolo talismano di cuoio, un amuleto che gli era stato regalato tempo addietro da un suo amico Tuareg che Thierry portava sempre con sé, un po’ come portafortuna, un po’ come ricordo tangibile del continente africano che tanto lo affascinava. Se lo passa più volte tra le dita, lo strofina col pollice e lo chiude nel pugno. Chissà se qualche sciamano Tuareg aveva lanciato una benedizione su quell’amuleto dato che, apparentemente, portò molto bene a Thierry Sabine. Poche ore dopo, infatti, il francese viene ritrovato da una squadra di soccorso e portato prima al sicuro in elicottero e poi rimpatriato in francia tramite l’areonautica libica in grave stato di disidratazione.

L’acqua poteva anche mancare dal quel corpo martoriato dalle intemperie della natura, ma l’idea di un nuovo rally-raid, più spietato che mai, era ancora saldamente ancorata nella sua mente. E ben presto l’idea si trasformò in realtà.

L’anno seguente, precisamente il 26 dicembre 1978, 182 equipaggi si ritrovarono negli Champs-Élysées a bordo di auto, moto e camion, per darsi battaglia alla volta del Senegal. Era così nata la storica Parigi-Dakar, la rivincita di Sabine sul deserto. Un deserto che lo aveva lasciato vivere, come aveva commentato Thierry stesso a suo tempo, e che quindi il francese vedeva come un rivale da rispettare nel profondo. Un deserto che, però, se lo portò via anni dopo, il 14 gennaio 1986, quando, mentre seguiva e organizzava l’edizione di quell’anno della Dakar a bordo del suo elicottero, venne sorpreso da una improvvisa tempesta di sabbia e si schiantò al suolo perdendo la vita insieme ad altre cinque persone.

Ora Thierry Sabine, il re del deserto, dorme lì, tra le sabbie del Ténéré all’ombra di un albero che ora porta il suo nome. Un albero iconico perché, proprio come l’anima di Sabine, continuava quasi inspiegabilmente a vivere solitario nella desolazione del deserto. Sotto quella pianta sfigurata dagli incandescenti raggi del sole, infatti, c’è una lapide recante il nome del francese e sono sepolte le sue ceneri così da rendere quell’uomo, definitivamente, tutt’uno con ciò che più amava.

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Carlo Ferraro

Classe tanta e '96, comincio a seguire la Formula 1 all'età di sette anni. Da lì la passione per le corse non smette di crescere, fino a far diventare il motorsport parte integrante della mia quotidianità.
Ad oggi, tramite FuoriTraiettoria, sono accreditato Formula 1 e Formula 2.

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