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Il figlio della Nouvelle Vague: Francois Cevert

Francia, fine anni ’50. La società transalpina è in piena crisi, vi è un distacco tra la realtà e quel che viene raccontato. In questa crisi i giovani non si sentono rappresentati, anzi: richiedono a maggior voce un nuovo inizio, un nuovo approccio alla vita. I giornali, sempre più attenti alle questioni sociali, iniziano a…

6 Ottobre 2020
8 min read
Cevert

Francia, fine anni ’50. La società transalpina è in piena crisi, vi è un distacco tra la realtà e quel che viene raccontato. In questa crisi i giovani non si sentono rappresentati, anzi: richiedono a maggior voce un nuovo inizio, un nuovo approccio alla vita. I giornali, sempre più attenti alle questioni sociali, iniziano a definire questi giovani sprezzanti e desiderosi di interfacciarsi al mondo in maniera differente come “Nouvelle Vague”. Tutto parte dal cinema, che si fa carico di questa espressione sul finire degli anni ’50, colonizzando e facendo nascere una nuova arte narrativa. Rappresentano disinvoltura, inquietudine, bellezza, senza quella morale assillante al centro della pellicola che fino ad allora aveva caratterizzato il cinema francese. Ed è qui, da questa ribellione che renderà la Francia il centro della vita negli anni ’60, che nasce una stella, un divo, il primo pilota capace di incarnare al meglio il cambiamento dei tempi divenendo campione, star e sex symbol allo stesso tempo: François Cevert.

Cevert

Cevert nasce a Parigi nel ’44 da una famiglia ebrea. O meglio: il padre, di origine giudea, fu costretto a fuggire in Francia dalla Russia, trovando riparo nella capitale d’Oltralpe. Qui sposò una donna francese, Huguette Cevert, dalla quale ebbe 3 figli. Tra varie peripezie e sotto falso nome – data l’occupazione nazista in suolo francese – riuscì a sopravvivere all’orrore della seconda guerra mondiale, con i figli che ereditarono dunque il cognome dalla madre. La famiglia Cevert era una famiglia ricca: il padre gioielliere aveva messo da parte una discreta fortuna, tanto che nella casa dove vivevano vi era anche la servitù. Una famiglia agiata dunque, che permette al buon François di avvalersi delle migliori scuole e di avere un’ottima istruzione. La famiglia, ligia e austera, vuole che il giovane dagli occhi blu divenga un professionista affermato nel ramo economico, o in medicina. Siamo però nella Francia degli anni ’60, e pensare che un ragazzo come François possa seguire un percorso ben definito è quasi pazzia. Il giovane Cevert convince il padre dell’inconciliabilità tra gli orari delle lezioni e quelli della metropolitana, chiedendo dunque una motocicletta. Il padre acconsente. D’altronde si sa, l’istruzione viene prima di tutto. Peccato però che quella addotta da François fosse semplicemente una scusa per sposare e inseguire quel sogno fatto di velocità, adrenalina e libertà. Le strada e la moto diventano una binomio inscindibile per François tanto che, un bel giorno, decide addirittura di iscriversi ad una gara, conclusa poi al 6° posto nonostante il cedimento del motore. In questa occasione incontra un asso delle due ruote: il francese Jean-Pierre Beltoise – il futuro fidanzato della sorella -, che lo prende sotto la sua ala protettiva. Oramai, il giovane dagli occhi blu ha capito che la sua strada non sarà lastricata da studi classici, lezioni di pianoforte o da una buona professione. Il padre, conscio del fatto che suo figlio non calpesterà mai il sentiero prestabilito, decide di tagliare i viveri. François, carente di fondi ma aiutato dalla sua ragazza e spinto dai consigli dati dal suo futuro mentore, decide di iscriversi alla scuola di automobilismo presso il circuito di Montlhéry, vicino Parigi. Qui, in un percorso che parte da zero, riesce a strabiliare tutti tanto da farsi notare ed arrivare ad essere segnalato per il Volante Shell, una prestigiosa competizione creata da una delle maggiori riviste automobilistiche francesi per i giovani campioni del futuro. Sotto una pioggia torrenziale Cevert riesce a battere un altro futuro asso dell’automobilismo francese: Patrick Depailler. Una vittoria sofferta perchè Beltoise ha come pupillo Depailler, ed è a quest’ultimo che elargisce consigli per tutto il pre-gara scatenando le ire di François. Il premio? Un volante per la Formula 3 dietro alla Alpine o alla Matra. Anche qui arriva tuttavia la lunga mano di Beltoise, con Cevert che nonostante avesse scelto l’Alpine vede sfumare tutto per via dell’ingaggio proprio di Depailler. E’ una sconfitta morale, che però non lo abbatte nonostante debba affrontare il 1967 a bordo della Matra, una vettura nettamente inferiore e superata. La stagione, come volevasi dimostrare, è un disastro. Le sue qualità però si vedono, e la Tecno punta gli occhi su di lui. Risultato? Stagione 1968 con la Tecno e vittoria del campionato.

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Una vittoria che consente al transalpino di giungere, sempre al volante della Tecno, in Formula 2 l’anno seguente. Esordisce a Hockenheim con un buon 9° posto, ma la vera perla di Cevert arriva in Inghilterra qualche tempo dopo. Al London Trophy il francese effettua una gara straordinaria, dando molto più di qualche grattacapo ad avversari tra cui figura uno scozzese molto affermato: Jackie Stewart. In questo splendido palcoscenico Jackie nota le qualità di Cevert, iniziando a vedere in lui un futuro campione. Lo scozzese volante decide così di segnalare a Ken Tyrrell di tenere d’occhio il giovane francese: il talento è cristallino. Siamo così giunti al 1970, Cevert è impegnato nella Formula 2 quando, a metà anno, arriva la chiamata dalla F1. Indovinate? Eh sì, proprio da parte di quel Ken Tyrrell che decide così di seguire il consiglio datogli qualche mese prima da Jackie Stewart. L’esordio a Zandvoort è buono, ma l’affidabilità che manca alla March-Tyrrel lo costringe al ritiro. La vettura non è il massimo e le prime prestazioni non sono degne di nota, ma ancora una volta il talento di François spicca oltre i limiti del mezzo e il francese conquista così la riconferma per la stagione seguente. Non solo: il rapporto tra Cevert e Stewart cresce di giorno in giorno. Come tra padre e figlio, o più semplicemente come tra maestro e allievo. I due si avviano così alla stagione 1971 in sinergia completa, tanto che l’angelo dagli occhi blu si toglie le soddisfazioni di due podi e, soprattutto, la vittoria in suolo americano a Watkins Glen. Qui, nella gara americana, dà il meglio di sé in una gara fatta di astuzia e intelligenza prima della quale fa modificare l’angolo di camber sulle ruote anteriori dato l’elevato consumo e il poco grip. François, secondo in qualifica, durante la gara sopravanza al 14esimo giro Stewart e non molla la testa fino alla fine, nonostante delle gomme completamente usurate nelle ultime fasi della gara. E’ la prima vittoria, per la quale è inoltre presente un premio da 50.000$ per il vincitore. E’ il primo francese a vincere dai tempi di Maurice Trintignant. Cevert è oramai uno dei piloti più in vista dell’intero paddock, non solo per le sue prestazioni ma sopratutto per la sua persona. Colto, suona il piano in maniera eccezionale e pilota il suo Piper in giro per l’Europa. Come se non bastasse, è bello come un Dio Greco. Rappresenta il capostipite di una generazione di piloti che arriveranno fino ai giorni nostri, figli di un Dio dal nome velocità. Numerosi sono i fidanzamenti e le storie attribuitegli fuori dai cordoli, tra cui anche Brigitte Bardot. E’ un ribelle come personaggio, un George Best prestato all’automobilismo ma con più charme e meno bizze. Rappresenta tutto quello che la ribellione degli anni ’60 ha creato, ed è un vincente.

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Le premesse per la stagione 1972 sono davvero molto alte, proviene da un terzo posto nel mondiale, ma tra le mani ha una Tyrrell che non vuole proprio saperne di assecondare i suoi progetti. La vettura è spesso ingestibile, ed ha problemi di affidabilità che gli fanno cogliere risultati esigui e modesti costringendo il francese spesso al ritiro. Solo due secondi posti, tra cui uno in quella Watkins Glen che pare oramai essere la sua pista. Nel frattempo, nonostante le delusioni della stagione sia per lui che per il suo compagno di squadra Jackie Stewart, il rapporto tra i due si delinea sempre più tra maestro e mentore come quello che fu tra Achille e Patroclo. Il giovane Cevert è plasmato alla perfezione da Jackie nello stile di guida, nel carattere nell’approccio alle gare, si muovono in simbiosi tanto da fare anche le vacanze insieme. E’ un rapporto splendido, difficilmente replicabile, dove alla base c’è molto di Cevert oltre che di Jackie. François in un’intervista definisce i suoi avversari dei cavalieri con un codice d’onore, in un mondo in cui tutti sono amici e sanno il rischio che corrono in pista. Un pilota straordinario, che non finisce mai nemmeno di ringraziare Stewart di averlo forgiato. Tutti sanno che Cevert è la nuova stella, quella che darà ulteriore lustro e popolarità alla F1. Sebbene la stagione 1973 vede sin dall’inizio il dualismo Lotus-Tyrrel e Fittipaldi-Stewart, subito dietro per il gradino più basso c’è sicuramente un Cevert impegnato a lottare con un altro giovane di belle speranze: Ronnie Peterson. La stagione vede il francese lottare come un leone: è maturato e non finisce di regalare spettacolo e emozioni cogliendo numerose seconde piazze, riuscendo in alcune occasioni ad avere persino la meglio del compagno di squadra Jackie Stewart. Le Tyrrell volano, ed in Germania è ancora doppietta con lo Scozzese che conquista matematicamente il titolo mondiale. Jackie ha appena conquistato il terzo titolo in F1, ha il record di GP disputati e, sapendo della fatalità chiamata morte che accinge il mondo delle corse, medita l’addio. Una fatalità che, peraltro, si è palesata durante il GP d’Olanda. A farne le spese è Roger Williamson la cui March, nel corso del settimo giro, si capovolge, prende fuoco e intrappola l’inglese nelle lamiere. Una morte che getta nelle lacrime François: un amico se ne è andato e, forse per la prima volta, il pilota francese capisce con una certa maturità il rischio di questo mestiere. Jackie parla della sua volontà a Ken Tyrrell, che approva la scelta di un pilota che aveva cresciuto uno scudiero a sua immagine e somiglianza. Nessuno, tranne Ken e la moglie, sa del ritiro di Jackie. Nemmeno François. Tutto sarà rivelato dopo Watkins Glen.

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6 ottobre 1973. Jackie è contento del terzo titolo mondiale e non vede l’ora di rivelare al suo compagno di squadra il suo ritiro, e la conseguente nomina a primo pilota di François. I due, come prima di ogni Gran Premio si scambiano consigli, in particolare su come affrontare la curva detta “esse”, una serie di curve in salita destra-sinistra-destra. Jackie suggerisce a Cevert di affrontarla in quarta, perché così la vettura è maggiormente gestibile, ma François replica che entrando in terza avrebbe più motore da sfruttare nel rettilineo. Cevert dopo questa discussione entra in macchina, e poco prima di scendere in pista dice al suo meccanico Jo Ramirez: “Vedrai oggi il mio tempo! Hai la vettura numero 06, il 6 ottobre e il numero del motore è il 66! E’ il mio giorno!”. Queste saranno le ultime parole di François. La sua Tyrrell, mentre prova a stabilire il miglior tempo, all’altezza della curva “esse” non riesce ad inserirsi in ingresso di curva e si schianta a circa 200 km/h contro le barriere. L’impatto è devastante. Sembra di stare sul luogo di un disastro aereo, dirà poi Jackie Stewart, uno dei primi ad arrivare sul luogo dell’incidente. La scena è terribile. Cevert nemmeno viene estratto dai soccorritori. Il suo corpo rimane in auto, mentre cercano di tagliare le barriere dove l’auto è finita. La Tyrrell abbassa le serrande e si ritira dal GP, terminando così la stagione. Jackie Stewart termina a 99 Gp disputati la sua carriera. E a 29 anni termina anche la vita di uno degli astri nascenti della Formula 1, un pilota di cui avremmo visto le gesta e le vittorie ma che il destino ci ha portato via anzi tempo. Un pilota che strinse un patto con il suo mentore, come Patroclo con Achille, e che come Patroclo il fato decise di portare via.

Come singhiozza un padre bruciando le ossa del figlio
che è appena andato sposo
e che è morto lasciando i genitori angosciati,
così singhiozzava Achille bruciando le ossa dell’amico,
trascinandosi intorno al rogo e gemendo senza sosta.

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Marco Perziani

Dal 1991 ossessionato dai motori. Vi parlo di nuove uscite, e narro storie. Tutto esclusivamente a base di cilindri, passione, odor di carburante possibilmente sulle note di un V10 aspirato.

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