In quella che per molti è la tappa più attesa di Formula 1 e non solo, si sono scritte pagine illustri anche per un paese come l’Australia, attualmente capitanato da Oscar Piastri. In minoranza in termini di passaporto, il celebre circuito belga ha sorriso per ben tre volte a piloti oltreoceano, con la più recente vittoria del numero #81 a rafforzare la sua leadership nella classifica mondiale. Ma vincere a Spa è diverso, in un modo quasi impossibile da spiegare, tra velocità estreme e rischio costante. Facciamo così un tuffo nel passato per ricordare chi, dall’Australia, si è laureato all’Università della Formula 1.

Gentlemen, a short view back to the past… E con questo non vogliamo dare inizio all’incipit più lungo che la Formula 1 abbia mai visto in sala conferenze, a quello ci ha già pensato Walter Koster nel 2014 e lungi da noi privarlo di questo primato. Uno sguardo retrospettivo, però, sembra comunque calzare a pennello con un Gran Premio del Belgio ormai alle spalle, vinto dal pilota australiano Oscar Piastri. Una prima volta, quella a Spa per il nativo di Melbourne, che ricalca le orme di due soli predecessori che sotto la Blue Ensign hanno firmato l’albo d’oro della Università della Formula 1. Una prima volta che difficilmente impallidisce dinanzi agli altri circuiti che quest’anno hanno visto trionfare il numero #81, nonostante quella di ieri sia stata una gara a tratti soporifera (e con questa affermazione chiediamo umilmente perdono a quella che, in ogni caso, rimane senza dubbio la regina indiscussa del calendario). Certo, aspettare che smettesse di piovere e che l’acqua stagnante si riassorbisse almeno un po’, è frutto di una cautela che a Spa non è mai abbastanza, memore di chi, sotto la pioggia battente delle Ardenne, ha esalato il suo ultimo respiro. D’altro canto, ha privato noi spettatori (e Max Verstappen in primis) di qualche dinamica più interessante.
Ma riavvolgiamo innanzitutto il nastro e guardiamo a chi, prima di Piastri, a Spa ha portato in alto la bandiera australiana. Generazioni diverse di piloti, di monoposto, di Formula 1: stiamo parlando di Jack Brabham (1960) e Daniel Ricciardo (2014). Allo svoltare di una nuova decade, negli anni ’60 la Formula 1 viveva di soli dieci appuntamenti, l’esatto opposto di una classe regina che, oggi, obbliga piloti e addetti ai lavori a viaggiare in quasi tutti i continenti per offrire uno spettacolo di ben ventiquattro gare. Jack Brabham, classe 1926, trentaquattrenne all’epoca dei fatti, si appresta a indossare la seconda corona iridata dopo quella del 1959 (a fronte di una tripletta che terminerà con il 1966). Una storia incredibile, la sua, se si pensa che a diciott’anni si arruola nella Royal Australian Air Force, per poi, nel 1946, lasciare l’incarico, con gli occhi rivolti a un proprio stabilimento ingegneristico e, infine, diventare pilota grazie all’introduzione al mondo delle corse da parte di un caro amico. In Belgio vince dalla pole position per la Cooper Car Company davanti a Bruce McLaren e Olivier Gendebien, anch’essi su vetture Cooper. Ma a proposito di cautela, quell’anno fu forse l’anno nero per eccellenza a Spa-Francorchamps: durante le prove, gravi incidenti colpirono Stirling Moss e un giovane che rispondeva al nome di Mike Taylor, in gara, invece, persero la vita Chris Bristow su Cooper e Alan Stacey su Lotus. Dunque se da un lato per Brabham quella gara segnò l’ennesimo ottimo risultato in una stagione che prometteva bene, per il mondo della Formula 1 si faceva sempre più ingombrante l’incognita incolumità.

Cinquantaquattro anni più tardi, sul circuito più lungo di tutti vince Daniel Ricciardo, ancora troppo fresco il suo addio al mondo delle corse per considerarlo davvero un capitolo chiuso. Nel 2014, il pilota di Perth correva al fianco di Sebastian Vettel per la Red Bull Racing e, a Spa, centrava il terzo trionfo stagionale dopo Canada e Ungheria in un anno dominato dal duo di casa Mercedes, Lewis Hamilton e Nico Rosberg, poi campione e vicecampione del mondo. Ricciardo, in Belgio, precede Rosberg e Valtteri Bottas su Williams-Mercedes. Dalla quinta casella in griglia, il #3 si vede aiutato da una serie di circostanze che lo precedono, prima fra tutti la bagarre tra Hamilton e Rosberg al giro 2, culminata con Hamilton costretto a fondo classifica in seguito a una foratura provocata dal compagno di squadra. Poi, supera Alonso e, al giro 5, approfitta di un’uscita di pista di Vettel a Pouhon e guadagna la seconda posizione. Dal primo pit-stop di Rosberg in poi, Daniel mantiene la vetta della classifica fino alla bandiera a scacchi. Il 2014 è l’anno di diciannove Gran Premi e di un paddock decisamente più itinerante che già si affaccia sull’oriente, ma è anche l’anno del miglior risultato nella lotta al titolo per l’Honey Badger (3°), poi replicato nel 2016.

Ed ecco che undici anni dopo, al rientro dalla pausa estiva (tredicesimo appuntamento su ventiquattro), Oscar Piastri porta a casa una gara che ha fatto sua in un momento ben preciso: alla ripartenza dopo la safety car, quando il compagno di squadra e leader della corsa, Lando Norris, ha dato lo strappo. Un sorpasso, quello sul rettilineo del Kemmel, che è stato studiato sin da La Source e poi risalendo la Eau Rouge. Un attacco da manuale, ennesimo capitolo scritto da un pilota che, al suo quarto anno in Formula 1, sta mettendo un’ipoteca sul grande sogno iridato, con una freddezza e una compostezza che strizzano l’occhio a Kimi Raikkonen. Così, al volante della incontrastata e incontrastabile MCL39, segna l’ottava vittoria in carriera, numero che condivide con Lando Norris e Charles Leclerc, alla sua destra e alla sinistra sul podio belga. Quella di quest’anno è una Formula 1 così lontana dai tempi di Jack Brabham, e che ha già salutato Daniel Ricciardo. Intanto, i colori papaya dominano la scena: 1-2 nel campionato piloti e saldi al comando in quello costruttori. Un weekend belga 2025 che deve proprio a Piastri il nuovo record della pista (1’40″510).
Se dovessimo quindi tirare le somme tra passato e presente, di Spa diremmo che è storia e adrenalina, sette chilometri di velocità e accortezza, al limite tra quello che è possibile e quello che non lo è. Un intrecciarsi di capitoli che ne hanno visti di cieli piangere e di piloti celebrare. Che non ne avrà visti molti di australiani sul gradino più alto, ma quelli che ce l’hanno fatta possono dire di aver domato un circuito che non perdona. Spa è per chi all’università non ci è mai andato, ma ha fatto lezione tra i cordoli, tra un secolo e l’altro, per poi laurearsi a pieni voti o rimandare i festeggiamenti. Così, si sono laureati Jack Brabham, Daniel Ricciardo e Oscar Piastri, come altrettanti colleghi, con la sola certezza che, sì la Eau Rouge prenderà pure il nome dell’acqua dal colore rossastro che vi scorre sotto, ma è quella piovana che ci si culla sopra che ne descrive la vera essenza, tra rischio e abilità e un’immagine immortale che, anno dopo anno, segna la cornice più bella del motorsport.
