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Monza 1967: la leggendaria “vittoria” di Jim Clark

Londra, Inghilterra: anni ’60. Sui muri della capitale inglese campeggiano scritte di “denunzia” che recitano: “Eric Clapton is God”. Già, in quegli anni la città londinese è diventata il centro del mondo della cultura pop. Il vestiario, la musica, persino i personaggi sono al di fuori del comune. Clapton con i “Cream” si pone su un piedistallo: mai…

5 Settembre 2020
6 min read

Londra, Inghilterra: anni ’60. Sui muri della capitale inglese campeggiano scritte di “denunzia” che recitano: “Eric Clapton is God”. Già, in quegli anni la città londinese è diventata il centro del mondo della cultura pop. Il vestiario, la musica, persino i personaggi sono al di fuori del comune. Clapton con i “Cream” si pone su un piedistallo: mai nessuno con la chitarra era stato in grado prima di lui di esplorare sonorità così eccelse – il nome Cream non a caso, simboleggia la “Cream de la Cream” de la musica. Ecco, se pensate a quello che in poco tempo ha portato Clapton alla musica, è qualcosa di unico: un personaggio paragonato addirittura a Dio! Eppure, a qualche km di distanza, c’era qualcun altro che stava stravolgendo il mondo venendo anch’egli paragonato a “Dio”. Un mondo diverso, fatto da suoni diversi: quello dei motori a base di cilindri carburatori e benzina. Il nome di quest’uomo accostata alla divinità? Jim Clark.

L’Inghilterra, nel periodo degli anni ’60 è la culla, la capitale del mondo in ogni settore che abbraccia la cultura pop. Tutto viene trainato e trasformato in oro sotto al vessillo della Union Jack. Anche il settore automobilistico progredisce a vista d’occhio, specie nella appena affermata Formula 1. Qui piccoli costruttori si affacciano al grande palcoscenico del campionato mondiale; Enzo Ferrari dall’alto del suo nome li chiama in maniera dispregiativa i “Garagisti”, coloro che erano dei semplici assemblatori. Tra questi, c’è un nome che spicca tra tutti: Colin Chapman e la sua Lotus. Un Galileo Galilei delle quattro ruote sempre pronto ad apportare invenzioni geniali capaci di sbaragliare la concorrenza. Auto così geniali talvolta da essere considerate troppo fragili – infiniti lutti addusse ai piloti il volante delle Lotus -, le quali hanno bisogno di un condottiero che non sbagli mai. Indovinate il nome? Eh sì, proprio Jim Clark. Il connubio tra Chapman, Lotus e Clark porta un’infinità di successi per il pilota scozzese e la casa con sede ad Hethel con imprese uniche, impensabili. Come quella che accadde a Monza, nel GP d’Italia 1967.

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Ogni grande pilota che si rispetti ha nel suo palmares una corsa leggendaria, una in cui il suo nome si stampa tra i cordoli e i ricordi dei tifosi. Alcuni – pochi eletti – ne hanno anche più di una, ed è in quel caso che la realtà spesso fa spazio alla leggenda. Esiste poi una ristretta cerchia, molto esclusiva, capace di far ricordare un GP in maniera indelebile ed essere considerato a tutti gli effetti il vincitore pur non essendo arrivato alla corona d’alloro: Jim Clark, di questa cerchia, entrò a farne parte nel GP d’Italia del 1967. Dopo i fasti del 1965, stagione in cui Clark conquista ogni competizione, il ’66 è un anno nel segno delle rotture della sua fin troppo fragile Lotus. La stagione ’67, nonostante prove incredibili da parte dello scozzese volante, non è all’altezza di quanto fatto vedere nelle stagioni precedenti. Ci sono perle però che suggellano il talento cristallino di Clark, ed una di queste ha come teatro principale il circuito brianzolo.

Sabato 9 settembre 1967. Le vetture si apprestano a svolgere le qualifiche, nuvole scure all’orizzonte appaiono ed infatti dopo qualche minuto la sessione è invasa dall’acqua. E’ stato possibile effettuare solamente pochi giri, sufficienti però a far piazzare – con tanto di record sulla pista in 1’28″5 e oltre 233 km/h di media – Jim Clark e la sua Lotus 49 con il 3 litri Cosworth davanti a Jack Brabham e Bruce McLaren. Già, una delle caratteristiche di Clark è quella di andare forte sin da subito; spesso il pilota scozzese segna il record nei primissimi giri e poi attende di vedere come si comportino gli avversari – e in tal modo preservare al meglio la vettura per la gara dell’indomani. Monza è un circuito ostico, soprattutto nella vecchia configurazione dove, allora come oggi, la velocità la fa da padrone: avere un buon ritmo ed una monoposto ben equilibrata capace di stare davanti a tutti è fondamentale per cogliere la vittoria. Si arriva così all’indomani, giorno della gara. Lo scozzese volante parte non bene e viene risucchiato nella bagarre al via, ma impiega pochi pochissimi giri a ritornare in testa dopo aver messo a segno un gran sorpasso su Brabham. Sono passati poco più di 10 giri, Clark conduce oramai come al suo solito. Ha creato un importante gap tra sé e i suoi avversari ma, all’improvviso, inizia ad andare in difficoltà e il vantaggio si assottiglia sempre più. Il pilota scozzese non capisce il motivo, continua a schiacciare il pedale ma gli avversari sono sempre più vicini. Uno di loro, Jack Brabham, fa di tutto per segnalargli il problema e per un nulla non finisce fuori pista nel tentativo di dire a Jim che la sua ruota si sta progressivamente afflosciando. Altre epoche, altri piloti. Clark torna ai box, perde parecchio tempo, accumula quasi un giro di svantaggio, risolve il problema e riparte indomito più che mai.

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E’ ultimo, staccato, troppo distante dai primi ma Clark è forse – anzi, quasi sicuramente – l’unico pilota presente sulla griglia capace di attaccare quel destino avverso che oramai si è palesato all’orizzonte. L’acceleratore va giù, sempre più giù e Clark in pochi giri è già undicesimo. Recupera inanellando tornate su tornate da record, è una furia. Mentre gli altri si danno battaglia, Clark gira costantemente su tempi da qualifica. Passano i minuti, si arriva alla metà dei giri previsti e Clark è oramai a ridosso del suo compagno di squadra Baghetti, di Icks e di Hill, che si apprestano ad entrare in lotta per la terza piazza occupata da Amon. Come spesso accade in quel periodo, Amon con Ferrari e Hill e Baghetti su Lotus, nei successivi giri capitolano per problemi al motore. L’inaffidabilità è capace di farti scendere all’inferno in un attimo, cosa che sa bene sulla sua pelle Clark. Il destino palesatosi avverso sembra all’improvviso lasciar libero nella sua rimonta il pilota scozzese, che prosegue fin ad arrivare sul podio infilando prima Ickx e poi Amon. E’ terzo, siamo al 62esimo giro. Lo scozzese volante non sembra esser pago della incredibile rimonta: è velocissimo, molto più veloce del duo di testa formato da Brabham e Surtees, che passa incredibilmente nello stesso giro in rapida sequenza, a poche curve di distanza. La folla è in completo delirio, Monza si trasforma in una torcida brasiliana che esulta e inneggia al pilota scozzese e alla sua Lotus. Poche volte nella storia si è visto il pubblico italiano essere in visibilio per un pilota non italiano e a maggior luogo per un pilota avversario delle scuderie italiane, in particolare della Ferrari.

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Giro 68. Clark ha un discreto vantaggio su tutti i suoi avversari. Mentre la torcida brianzola lo sta acclamando come un Re, il fato avverso palesatosi nei primi giri – o quella che veniva chiamata la legge di Chapman – scende come un condor all’altezza della Parabolica. La Lotus 49 inizia a perdere colpi e a singhiozzare, non riesce a pescare la benzina! Mancano pochi metri al traguardo, Clark prova ogni espediente possibile per cercare di portare la vettura a concludere in testa il GP. Non c’è però più nulla da fare: a prima vista, sembrerebbe che neppure un goccio di oro nero sia rimasto nel serbatoio della sua Lotus che invece, in realtà, aveva problemi di pescaggio. Siamo sul rettifilo del traguardo e, proprio quando mancano pochi metri, viene superato da Brabham e da Surtees che in volata riesce a vincere di 2 decimi sull’avversario. E Jim Clark? E’ lì, a poche centinaia di metri di distanza. Il tempo scorre inesorabile, e dopo 23 interminabili secondi lo scozzese riesce a tagliare il traguardo: è terzo. La folla è completamente in visibilio. Surtees ha vinto, ma la folla è completamente assorta da Jim Clark, dalla sua perseveranza e dalla sua bravura: una bravura così grande da essere stata quasi in grado di sconfiggere il fato avverso. Un campione, spesso oggigiorno poco citato e ricordato, capace però di vittorie e imprese al limite del pensabile, come quella a Monza nel ’67. Una delle “vittorie” più grandi di tutta la sua carriera ottenuta solamente con un terzo posto: un qualcosa che poteva riuscire solamente ad un pilota. Solamente a Jim Clark, “The Flying Scotsman”.

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Marco Perziani

Dal 1991 ossessionato dai motori. Vi parlo di nuove uscite, e narro storie. Tutto esclusivamente a base di cilindri, passione, odor di carburante possibilmente sulle note di un V10 aspirato.

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