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Cuor di padre

Sì, i più attenti avranno notato che il titolo è ispirato liberamente ad una delle puntate più struggenti e dense di significato del cartone animato di Matt Groening, “Futurama”. Il perché? Perché in fondo ci sono figure nella vita, nell’immaginario collettivo, che hanno una valenza particolare, fuori dal comune, unica. Si sa, nel motorsport –…

19 Settembre 2019
6 min read

Sì, i più attenti avranno notato che il titolo è ispirato liberamente ad una delle puntate più struggenti e dense di significato del cartone animato di Matt Groening, “Futurama”. Il perché? Perché in fondo ci sono figure nella vita, nell’immaginario collettivo, che hanno una valenza particolare, fuori dal comune, unica. Si sa, nel motorsport – visto sia da fuori che da dentro – il rapporto per noi piccoli appassionati con il proprio padre è viscerale. Spesso è lui il primo a metterci dietro ad un volante o manubrio, il primo a convincerci alle 5 ad alzarci per vedere qualche GP dall’altra parte del mondo, il primo a portarci sui kart o le minimoto, a scegliere insieme a noi il motorino e poi la macchina, ogni volta avallando il nostro piccolo mondo – in punta di piedi – quasi ci fosse, oltre all’amore che solo un genitore sa dare, anche l’amicizia nella forma più pura possibile.

Ad essere sinceri questo articolo doveva nascere subito dopo Jerez, lì dove Marco centrò la sua prima vittoria nel 2004 in classe 125. Un segno del destino ripetersi dopo 15 anni, con la prima vittoria e la prima doppietta del team in onore del Sic. Ho aspettato, atteso, perché certi articoli devono essere analizzati nel profondo, e l’ultimo spunto di questa storia fatta di un grandissimo uomo è arrivato in occasione del GP di Misano. Sì, proprio a casa del Sic, tra le sue colline, vicino all’amata Coriano. Un altro segno del destino capace di far strabuzzare gli occhi a noi appassionati.

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Mi sono sempre chiesto se c’è qualcuno che come figura possa essere un po’ il padre di tutti noi appassionati. La risposta che echeggia nei miei pensieri è univoca: Paolo Simoncelli. Sempre presente, sempre lì anche nel momento peggiore. L’abbraccio a Sepang con Paolo Beltramo è un’immagine tanto scolpita nella mia mente quanto dolorosa. In un attimo, tutto il mondo costruito e vissuto fino a quel istante crolla, viene giù. Un attimo, una fatalità: la moto che al posto di andare verso l’esterno chiude all’interno, tagliando ogni speranza futura su Marco. Quel maledetto giorno a Sepang rimane indelebile – nella mia testa ma come in quella di tanti – come una frattura, una linea di demarcazione tra essere ragazzi ed essere uomini. Da quel giorno ho letto tanto, tantissimo su Marco ma poco – o meglio non quanto avrei voluto – su Paolo Simoncelli. Qualcuno potrà obiettare: “Ma chi correva era Marco, non Paolo”. Vero, avete pienamente ragione. Ma l’impegno profuso da Paolo, come a voler non solo tenere viva la memoria ed il ricordo di Marco ma anche il bisogno di credere in qualcosa, in qualcuno, in quel mondo fatto di benzina, copertoni, valvole e cilindri, tanto bello quanto crudele dato il male arrecato, mi ha sempre lasciato qualcosa in più che va oltre l’aspetto sportivo ed abbraccia totalmente quello umano.

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Quant’è difficile essere padri? Specialmente in un ambiente come quello del motori? Tanto, forse troppo. Mi piace pensare certe volte che i nostri padri siano molto più vicini ad una figura mitologica di Semidio, piuttosto che a quella umana. Uomini capaci di gesta eroiche, come quelle di Teseo che sconfisse il Minotauro. Loro, eroi di un poema mai narrato, sconfiggono – senza darci la minima preoccupazione – la paura dinanzi ad un mondo che sa essere talvolta spietato e pieno di pericoli. Sempre lì, lì nel mezzo a dar consigli e a far sentire la fiducia, facendoci crescere in fretta. Allenandoci a leggere prima le situazioni, ad essere sensibili, ad andare “ad orecchio”, provandoci a farci crescere il cul d’or di Laudiana memoria, insegnandoci etica e valori che solo un mondo come quello del motori sa darti. Perché, in questo mondo, prima di essere campioni bisogna essere uomini, sin da piccoli. Già, valori. Quali lealtà, correttezza e quella “pietas” – nella sua accezione latina – nei confronti dell’avversario che difficilmente si possono trovare al di fuori. Lottare per la vittoria con ogni mezzo, in ogni minima occasione, ma sempre nel rispetto altrui – almeno di base. “Marco era un gran testardo, spesso sbagliava ma non si nascondeva mai. Quando sbagliava andava sempre a chiedere scusa e diceva che era colpa sua anzi, spesso si prendeva colpe non sue. Ed è questa una delle cose che gli ho insegnato, forse l’ho fatto troppo buono”, diceva Paolo Simoncelli in un’intervista qualche tempo fa. Già, insegnamenti e gesti che valgono una vita intera, che ci insegnano ad essere uomini, con le proprie responsabilità ed a rispondere delle proprie azioni sin da subito, consci che ogni minima azione possa incidere in maniera indelebile sulla vita altrui. Perché le dinamiche di gara sono complesse, complicate, e portano ad avere sempre un occhio di riguardo nei confronti dell’avversario, anche quando capitano i 5 minuti di ordinaria follia – una caratteristica davvero comune a chi ha le emozioni mascherate da un casco ed una visiera imperscrutabile. Già, valori, etica che risiedevano in Marco così come sorriso e bontà d’animo. Cose che, vedendo poi quanto fatto dalla famiglia, si può facilmente intuire che che vengano da lì, che abbiano le loro radici, le loro basi proprio lì.

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In una delle prime interviste al rientro da Sepang, il primo pensiero di Paolo è andato a chi ha recepito questi valori:”Alle 6 di mattina c’erano centinaia di persone che hanno smesso di lavorare e sono venute a salutare ed applaudire Marco. Se dico di essere felice dico una stronzata, però mi fa un piacere enorme”. Sì, perché quei valori di onestà, purezza, genuinità sono difficili da trovare. Spesso tra Marco e Paolo non c’è mai stata linea di distinzione, quasi un corpo ed un’anima, la stessa. Quei valori semplici e schietti – notabili ad occhio nudo – infusi a Marco, e che tramite Marco trovavano espressione in un “Diobò, che bello”. Perché insomma quando si è puri c’è un’immagine che si trasmette senza filtri, senza bisogno di facciate di circostanza. “Sapete Marco aveva bisogno che tutto funzionasse attorno a lui, che funzionassero tutte le persone che lo circondavano” dirà Paolo, “non si tirava mai indietro per nessuno, nemmeno per una foto anche se stava mangiando”, era così. In ogni singola intervista traspare il dolore, tanto, un dolore che nessuno può spiegare ma che possiamo solo notare. Quel che però strega di Paolo Simoncelli, è il coraggio e la forza di cimentarsi nuovamente in questo mondo, sicuramente perché a Marco sarebbe piaciuto, sicuramente per onorare la memoria di Marco, per fare qualcosa per Marco. Un manager, ma con il cuor di padre: sempre presente tra i suoi piloti, in mezzo ai quali la distinzione tra le due figure sfuma fin quasi a diventare impalpabile. Un rapporto fatto di emozioni autentiche, genuine, senza filtri, che regalano una sensazione di casa, di amore familiare ancor prima che di team.

Mentre indugi su questi pensieri, rifletti poi a chi Paolo Paolo ha scelto per rappresentare numeri e colori del SIC. Una coppia di ragazzi unici che, ciascuno a modo suo, ricordano Marco: Antonelli e Suzuki. Niccolò, che guardi percependo quella vaga somiglianza fisica con Marco; il “Giapporiccionese”, dall’animo vivo, genuino, qualche volta sopra le righe, ma che per spirito di purezza ricorda anch’esso Marco. Una sorta di fusione, per dare quella parvenza di Marco in quel senso di vuoto che echeggia da tempo ormai.

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E’ proprio il pilota del Sol levante, che ormai considera Paolo come il suo papà adottivo, la famiglia di Marco, la sua seconda famiglia. E’ il pilota che quando sente nostalgia di casa ha nostalgia dell’Italia, è il pilota che aveva promesso a Paolo di vincere in ricordo di Marco: promessa mantenuta. Proprio nel circuito di casa, proprio lì, a due passi da Marco. Un altro segno del destino, del fato dopo Jerez, chi lo sa. Forse Paolo lo ha interpretato proprio così mentre abbracciava tutti sotto al podio – come se fossero figli e nipoti -, perché “ci ha lasciato troppo presto, si sarebbe divertito anche lui qui. Cosa pensa e cosa penserà? Non lo so”. Sappiamo solo che un pilota è uno scemo, come dice Paolo. Ma un padre è un uomo che con amore, saggezza e amicizia cerca di mettere del sale in zucca a quello scemo. Uno scemo che a 9 anni scriveva “Un giorno diventerò World Champion”. Ed un padre che dopo anni ancora fa inseguire quel sogno a dei ragazzi come Marco. Un cuor di padre.

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Marco Perziani

Dal 1991 ossessionato dai motori. Vi parlo di nuove uscite, e narro storie. Tutto esclusivamente a base di cilindri, passione, odor di carburante possibilmente sulle note di un V10 aspirato.

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