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Da 0 a Stoner. Come nasce una storia d’amore

Quante volte vi hanno chiesto come sia nata la vostra passione per i motori? Quante volte non avete saputo rispondere? Pensateci bene, c’è sempre una molla, seppur incomprensibile, che fa scattare il tutto, anche se in casa siete cresciuti a pane e motori. Il problema è uno: fondamentalmente stiamo parlando di una storia d’amore, e…

9 Marzo 2020
6 min read

Quante volte vi hanno chiesto come sia nata la vostra passione per i motori? Quante volte non avete saputo rispondere? Pensateci bene, c’è sempre una molla, seppur incomprensibile, che fa scattare il tutto, anche se in casa siete cresciuti a pane e motori.

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Il problema è uno: fondamentalmente stiamo parlando di una storia d’amore, e come la spieghi la scintilla che ti ha fatto innamorare, quando l’unica cosa che riesci a fare è solo avere gli occhi a cuoricino quando guardi la tua dolce metà? Che poi l’oggetto del desiderio abbia un motore e una quota variabile di ruote è solo un dettaglio, ma alla fine poche cose ti spingono a svegliarti a orari improponibili, cercare scuse accettabili per far comprendere agli amici quelle lacune nella vita sociale, farti chilometri e chilometri per raggiungere un circuito, andare a rivedere vecchie foto, ritrovarti a parlarne con un sorriso da lobo a lobo e gli occhi sgranati… e una di queste è senza dubbio l’amore, o la passione, se preferite chiamarla così in questo caso.

Vi racconto brevemente come mi sono innamorata io, giusto per dare l’ennesimo fondamento al detto “chi disprezza, compra”.

Io i motori li odiavo. Tutti. Indistintamente.

Odiavo la Formula 1 perché mio padre la seguiva assiduamente, la domenica si doveva mangiare prima che iniziasse il Gran Premio (sperando sempre che fosse in Europa) e poi, dopo il caffè, seguiva il sacro momento della partenza che bisognava rispettare in religioso silenzio. Uno strazio per me che sono sempre stata logorroica, una risata per mia mamma che, invece, un occhio alla Rossa lo buttava volentieri anche lei. Ma non capivo tante cose, ad esempio perché papà chiamasse i piloti per nome… “Ma sono amici tuoi? Ma Michael chi, mica siete stati a cena insieme! Ruben e Fernando cosa, ma chi sono?!” Però per lui era normalissimo, magari il lunedì telefonava dal lavoro per chiedere se al TG avessero dato notizie di Felipe dopo l’incidente oppure gironzolava per casa tutto soddisfatto dopo che a fine gara aveva sentito risuonare l’inno italiano. E io non lo capivo, proprio non lo capivo.

Per non parlare dell’odio che provavo per le moto. Italia 1 aveva in programmazione per il sabato pomeriggio uno di quei film un po’ romantici, un po’ strappalacrime, un po’ pieni di Hilary Duff e gemelle Olsen, insomma, il classico filmetto che una ragazzina preadolescente aspettava di vedere il sabato, magari con le amiche perché era troppo caldo per uscire. Ora, pensate la delusione quando al posto di “Due gemelle a New York” , questo gruppetto di ragazzine si trovava di fronte delle moto che si rincorrevano senza un apparente senso, commentate da uno che, senza sapere perché, urlava di un Dottore. L’odio.

Però. Però in amore esiste una cosa chiamata colpo di fulmine, o almeno ci si avvicina molto: un pensiero che ti si annida piano, piano nella testa come un tarlo, che ti porta inconsciamente a volerne sapere sempre di più, per poi farti trovare sopraffatto da una valanga di emozioni che non puoi controllare. A me è successo così.

Ero al mare da amici, era domenica e si mangiava tutti insieme; tra un chicco di riso e una verdurina di dubbia provenienza sentivo uno dei commensali commentare una corsa dicendo “C’è questo Stoner lì, sempre in mezzo ai piedi… Ti devi spostare da davanti Rossi. Spo-sta-re.” Per un attimo questo Stoner distolse la mia attenzione dall’insalata di riso: quando conosci solo Rossi e un po’ il suo palmares e c’è qualcuno che sta infastidendo proprio lui, beh, questo deve per forza di cose essere un tipo interessante. Finita lì, ma solo fino al primo pomeriggio del sabato successivo, quando alla tv trovai di nuovo il tipo che urlava alle moto: Meda, capii. Ma la mia attenzione era tutta per un altro, uno vestito di rosso che non avevo idea di chi fosse, ma che mi incuriosiva perché avevo l’impressione guidasse in maniera diversa dagli altri, ogni curva sembrava cadere, ma da ogni curva si rialzava con una leggerezza che mi affascinava. Mai visto senza casco, non avevo idea di quale fosse il suo nome. Lo scoprii qualche giorno dopo, nel tabacchi-edicola di una pompa di benzina mentre aspettavo giocherellando con i giornali, quando mi trovai questo tizio in prima pagina: tuta rossa, senza casco, finalmente vedevo in faccia colui che dava da pensare a Rossi, “Stoner”. Avete presente il colpo di fulmine di cui parlavo prima? Ecco. Ora ogni volta che passo davanti a quel benzinaio mi viene da sorridere sommessamente, in fondo posso dire che il mio amore per i motori sia nato proprio lì, mentre aspettavo papà, sempre quel papà che non sopportavo davanti la tv la domenica pomeriggio. E invece nelle domeniche che seguirono, davanti la tv c’ero io, che guardavo queste moto rincorrersi apparentemente senza senso e che scoprivo che quel tipetto di poche parole sulla moto rossa aveva vinto il campionato nel GP precedente. Era il 2007, Stoner vinceva il Mondiale con la Ducati, io avevo 13 anni e mi innamoravo di questo sport. Perché? Ah, boh.

Nel corso degli anni ho imparato a chiedere religioso silenzio prima della partenza, a chiamare i piloti per nome e a chiedere informazioni dopo qualche cosa che non capivo. Andavo in edicola, compravo la Gazzetta e Cosmopolitan, sostenendo con le amiche che la prima non mi interessasse così tanto… in fondo c’è sempre un po’ di insensato imbarazzo i primi tempi quando si ha qualcuno o qualcosa per la testa, no? È una storia che negli mi ha fatto piangere e disperare, tanto, quando sono rimasta paralizzata al centro della cucina dopo la caduta di Tomizawa o quando ho detto alle mie amiche che quella domenica non sarei uscita, cercando di bisbigliare fra le lacrime e i singhiozzi un “Marco…” che loro, giustamente, non riuscivano a capire. Mi sono sentita tradita quando, nel 2012, quell’omino rosso che mi aveva rapita con la sua guida decise che a soli 27 anni era il momento giusto per uscire dai giochi. Ma che, davvero?! Così, sedotta e abbandonata?!

Ci sono stati alti e bassi, come in qualunque storia: quei momenti in cui decidi che ne hai abbastanza e che ti devi allontanare per un po’, ma poi ti rendi conto che non puoi stare senza e torni indietro con più amore di prima. Era il Motomondiale, si aggiunse la Superbike, fece capolino il Motocross, addirittura sbucò l’FMX. Tutte sfaccettature di quel fantastico mondo che da quasi tredici anni è il mio mondo e che, come è normale che sia, continua a riservarmi sorprese e svelarmi ogni giorno qualcosa di nuovo.

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Tornando alla prima domanda, “com’è nata la tua passione per i motori?”, potrei pensare di aver risposto, ma in realtà vi ho solo raccontato l’aneddoto, come sia nata veramente non lo so nemmeno io. Non si può spiegare cosa ti faccia innamorare, si può solo balbettare qualcosa con una faccia incantata, ed è proprio quella faccia a raccontare, senza parole, più di quanto riusciremmo a spiegare. Cosa provo ora, ogni benedetta domenica in cui c’è una gara (o due, o tre, o vabbè ormai ho perso il conto), quando sento la morsa allo stomaco prima che si spengano i semafori e la scossa di adrenalina quando viene sventolata la bandiera a scacchi, non sto qui a raccontarvelo, se siete arrivati a leggere fin qui lo sapete più che bene anche voi.

Come sapete che saremo sempre svegli per la tappa in Australia, Thailandia o Giappone, che rinunceremo ad una cena fuori quando si correrà negli Stati Uniti, che metteremo da parte i soldi per quel biglietto in quel circuito dall’altra parte del mondo in cui andare almeno una volta nella vita, che ci butteremo in discussioni infiammate per difendere il nostro beniamino e avremo tutti magicamente una laurea in un’ingegneria a caso ogni volta che si paleserà un problema meccanico o un errore di strategia. Bruceremo col solo sguardo chi oserà dire “mica è uno sport, fa tutto il mezzo” e cercheremo, spesso inutilmente, di spiegare che “davvero, non è noioso, prova a guardare cinque minuti almeno!”. Criticheremo al limite dell’accettabile il pilota, la squadra, la categoria e lo sport, ma non permetteremo a nessuno all’infuori della sacra, immensa, cerchia degli appassionati di fare lo stesso.

E tutto questo perché? Perché siamo tutti irrimediabilmente innamorati.

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Maria Grazia Spinelli

Classe 1994, molisana. Da piccola vedevo mio padre seguire la Formula 1 e mi chiedevo cosa lo appassionasse così tanto, poi ho avuto un colpo di fulmine con le due ruote in un pomeriggio d'estate ed ho capito. Qui vi racconto la MotoGP e il Mondiale Superbike.

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