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Know your girls: Vicky Piria

C’è una sola italiana nella W Series e il suo nome è Vicky Piria. In questa intervista ci racconta la sua esperienza nella serie femminile e ci parla dei suoi progetti fuori dalla pista. Dopo le due ruote, andiamo alla scoperta delle donne che popolano il mondo delle quattro ruote. La ragazza che abbiamo avuto…

21 Gennaio 2021
7 min read

C’è una sola italiana nella W Series e il suo nome è Vicky Piria. In questa intervista ci racconta la sua esperienza nella serie femminile e ci parla dei suoi progetti fuori dalla pista.

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Dopo le due ruote, andiamo alla scoperta delle donne che popolano il mondo delle quattro ruote. La ragazza che abbiamo avuto il piacere di intervistare è Vittoria “Vicky” Piria, l’unica pilota italiana attualmente nella W Series, il campionato tutto al femminile che da questa stagione affiancherà alcune gare di Formula 1.

Ma non solo pista: Vicky si sta ritagliando il suo spazio anche in televisione, oltre al suo lavoro come istruttrice di guida sicura. La dimostrazione che un’atleta può uscire dagli schemi prefissati e lavorare con altrettanto piacere in ambiti diversi, sconfiggendo qualche stereotipo e dando sfogo alla propria poliedricità.

FUORITRAIETTORIA – Ciao Vicky! Prima di parlare dei tuoi attuali impegni in pista, ci racconteresti un po’ qual è stato il tuo percorso fino ad oggi?

VICKY PIRIA – Ciao! Da piccola facevo già equitazione ed ero una ragazzina sportiva e competitiva, proprio questa competizione mi ha portata, ad otto anni, a provare i go-kart insieme a mio fratello: volevo dimostrare a papà che anche io ero in grado di guidarli. Da lì è iniziato tutto, le prime garette le ho fatte quasi per caso, poi sono arrivata a dover scegliere fra kart ed equitazione. Non pensavo di poter arrivare alle auto per due motivi: innanzitutto non conoscevo e non seguivo le categorie inferiori alla F1 e poi, non essendoci ragazze nelle competizioni, mi guardavano tutti con tenerezza e senza quasi prendermi sul serio. Non avevo esempi, quindi il mio pensiero non era rivolto alle competizioni automobilistiche.

FT – Quando hai capito che le auto sarebbero state la tua strada?

VP – A 15 anni ho ricevuto come regalo di compleanno un corso di guida con le Formula Ford: delle auto da guerra, anni 90, con cambio ad H e zero aerodinamicità… nonostante tutto mi ci ero trovata bene! Ho pensato per la prima volta che le auto potessero essere una strada, ma ho capito che stava diventando una cosa veramente seria in GP3 nel 2012, non che prima lo considerassi un gioco. Ho fatto anche qualche gara in America, ma poi mi sono fermata per motivi di budget: sono arrivata ad un punto in cui ho preso consapevolezza del fatto che per vivere di questo sport non potessi essere un pilota pagante, ma anche che, come tanti, nemmeno ce l’avevo quel mezzo milione che serve per correre ed avere la possibilità di vincere in Formula 3. Quindi mi sono fermata cinque anni e ho fatto qualche gara sotto invito, fin quando è arrivata l’opportunità della W Series, un campionato totalmente gratuito per le pilota, che ti permette di far vedere davvero chi sei. Ho accolto con gioia questa possibilità, ma anche con un po’ di paura, visto uno stop di cinque anni dalle monoposto. La monoposto è precisa, tecnica e legata al dettaglio, non è facile tornarci su quando ti fermi. Però ce l’ho fatta, ho superato le selezioni ed eccomi qua!

FT – È vero che nelle competizioni tutte al femminile c’è un livello di competizione e rivalità più alto?

VP – Io trovo l’ambiente estremamente competitivo, ma non perché siamo venti ragazze, bensì perché siamo venti ragazze selezionate in tutto il mondo, che corrono gratis e con un montepremi. E, soprattutto, non è scontato rimanere fra le venti selezionate.

FT – Cosa rende diversa la W Series da altri campionati?

VP – Innanzitutto pensa che tutte noi arriviamo insieme sullo stesso pullman! Nel 2019 si cambiava anche ingegnere ad ogni gara, quest’anno non so se cambierà format, se saremo divise in squadre e chi eventualmente sarà la mia compagna. C’è tanta pressione perché se normalmente puoi crearti una squadra ed avere fiducia nei componenti, in questo caso non puoi, sei parte di una cosa più grande. Sei tu che devi spiccare.

FT – Parlando della W Series e dell’avvicinamento alla Formula 1, pensi possa essere davvero un trampolino di lancio per le ragazze verso la F1?

VP – Penso proprio di sì. Quando correvo con i kart non pensavo di poter arrivare alle auto, non perché non ne avessi voglia, ma perché, non avendo esempi, non ci pensavo proprio. Avere esempi è fondamentale, non solo come sportivi, ma in generale come persone. Se una ragazzina vede che ci sono venti ragazze ad un livello tale da poter correre sullo stesso circuito della Formula 1 e nello stesso weekend, automaticamente è portata a pensare che potrebbe riuscirci anche lei.

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FT – Parlando con Kiara Fontanesi (trovate la sua intervista qui), ci ha raccontato che la sua gravidanza a livello di sponsor e competizioni è stata trattata come un infortunio poiché non era prevista questa eventualità nei contratti. La W Series che tutele vi offre da questo punto di vista?

VP – Nel nostro contratto c’è una clausola che garantisce la presenza alla stagione successiva in caso di gravidanza. Ad esempio, se scopri di essere incinta nel 2021 e devi fermarti, hai diritto a correre nel 2022. Penso sia una cosa estremamente importante perché questa pressione comunque si sente, c’è un po’ la concezione che se diventi mamma non puoi tornare in pista, cosa invece smentita da più atlete che sono tornate a gareggiare. Bisogna sempre ricordare che è una scelta di vita e che, prima di essere sportivi, siamo tutti persone.

FT – Lo scorso anno, a causa della pandemia, l’intera stagione è stata trasformata in digitale. Come affronta una pilota una competizione fuori dalla pista vera?

VP – Non è lontanamente replicabile! Le emozioni di un weekend di gara normale non si possono replicare. Ammetto di non essere una grande fan delle sim races, ma ho apprezzato molto la possibilità che ci ha dato la W Series di avvicinarci a questo mondo. A me il simulatore piace molto per allenarmi, ma dal punto di vista delle competizioni è semplicemente uno sport diverso.

FT – Tra la miriade di auto su cui sei salita, quale è quella che si è rivelata più coinvolgente da guidare?

VP – La macchina che ho nel cuore è la Dallara F312, è una monoposto molto leggera e con tanto carico aerodinamico, sembrava fatta per me, ho bellissimi ricordi.

FT – E stradale?

VP – Impossibile rispondere, il mondo delle auto è bello perché è vario, non puoi avere una preferita! Una mattina magari mi sveglio e voglio guidare un Porsche 911 GT3, un’altra mattina un Defender. Per una donna che cambia stile in base a come si sveglia la mattina, le auto sono… da abbinare al giorno!

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FT – Moto? Mai provato? Ti piacciono o ti piacerebbe imparare?

VP – Mi piacciono ed affascinano tantissimo! Non ho mai provato, vorrei imparare per bene e prendere la patente presto. Seguo anche le competizioni e mi piacciono davvero tanto, probabilmente ho visto dal vivo più gare della MotoGP che della Formula 1!

FT – Classica domanda per un pilota: circuito del cuore?

VP –Classica risposta da pilota: Spa! Ma ce ne sono altri che mi piacciono molto, ad esempio Monte-Carlo, che è quello che mi ha emozionata di più, ed il Mugello.

FT – Uscendo dall’ambito delle competizioni, ricordiamo che tu sei un’istruttrice di guida sicura: come si rapporta un pilota professionista con un allievo non professionista?

VP – Non è facile, io non ho mai paura quando guido, ma mi è capitato di avere paura da passeggera. È un lavoro molto stimolante, mi permette sia di rinfrescare nozioni di guida che col tempo si danno quasi per scontate, sia di osservare altri al volante. Mi piace ed è appagante, se capita un allievo che dopo un incidente deve ritrovare la confidenza alla guida, è bello aiutarlo a superare uno scoglio più che altro psicologico, come è bello stare di fianco a qualcuno che guida veramente forte. Però ammetto che è un lavoro stancante, trovo più difficoltà quando lavoro come istruttrice che come pilota.

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FT – Ti abbiamo vista anche in tv. Secondo te, oltre ad essere un’esperienza diversa dalla pista, può essere anche un’occasione per una pilota per farsi conoscere dal grande pubblico e magari anche dagli sponsor?

VP – Si e no, chi ti vede in tv ti percepisce come una persona che sta facendo televisione e si “dimentica” che tu sia una pilota. A me piace perché rimango comunque nel mio ambito, sono in pista, parlo di macchine, è il mio ambiente e mi viene molto naturale. Sono esperienze che mi migliorano sia come persona che come pilota, oltre ad essere un lavoro vero e proprio con tutto ciò che ne consegue. Farmi conoscere potrebbe anche portarmi dei vantaggi, ma se bastasse questo vedremmo tutti i piloti in tv! Scherzi a parte, potrebbe essere d’aiuto, ma non è così immediato.

FT – In futuro dove vedi Vicky Piria?

VP Non lo so, se mi avessi detto tre anni fa che sarei tornata su una monoposto, in un campionato femminile che segue la Formula 1, io ti avrei detto “tu sei pazza!”, quindi mai dire mai. Nella mia carriera ho imparato a darmi obiettivi a breve termine ed anche questa situazione dell’ultimo anno ha fatto capire un po’ a tutti che bisogna programmare, ma fino ad un certo punto. Ora mi do obiettivi non più lontani di 3-4 mesi.

FT – Un’ultima domanda: c’è qualcosa che avresti sempre voluto dire in un’intervista, ma non ti è stata mai chiesta?

VP – C’è una cosa, in effetti… A volte ho la sensazione che le persone tendano un po’ a settorializzarti: o fai tv, o sei in pista. Vorrei dire una cosa in particolar modo alle donne, visto che siamo sempre un po’ più criticate e sotto i riflettori: siamo esseri umani, abbiamo tante sfumature, non limitiamoci ad essere una sola cosa, possiamo essere ciò che vogliamo. Io ora sono una pilota e correrò nella W Series, ma se avessi voglia di tornare a fare una gara di equitazione, chi potrebbe impedirmelo? Questo per dire che io diverto a lavorare in tv, ma non significa che ho dimenticato che sono anche un’atleta. È un discorso che va oltre le pilota, mi piacerebbe che qualunque donna che lavora nel mondo dei motori, dalla giornalista alla meccanica, si sentisse libera di essere anche mamma, moglie, figlia, amica, appassionata di moda, di cucina e così via. Se possiamo essere più persone perché limitarci? È questa la nostra forza.

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Maria Grazia Spinelli

Classe 1994, molisana. Da piccola vedevo mio padre seguire la Formula 1 e mi chiedevo cosa lo appassionasse così tanto, poi ho avuto un colpo di fulmine con le due ruote in un pomeriggio d'estate ed ho capito. Qui vi racconto la MotoGP e il Mondiale Superbike.

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