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SBK | Conti: “Il segreto di GRT è la perfetta simbiosi con Yamaha”

Una chiacchierata con il team manager Conti (Team GRT) tra progresso, sponsor e l’importanza dell’approccio umano nel motorsport

13 Giugno 2022
4 min read

Filippo Conti, team Manager del team GYTR GRT Yamaha, ci ha ospitati all’interno dei Box della squadra italo-giapponese impegnata nel Mondiale SBK per raccontarci la sua visione del motorsport. Ci ha spiegato come sia fondamentale essere sempre pronti al progresso, facendosi sempre trovare un passo avanti agli altri, e di come l’estrazione socio-culturale dei piloti non conti nulla se sono due professionisti come Nozane e Gerloff.

Fuoritraiettoria – Avete due piloti, Gerloff e Nozane, che vengono da culture molto distanti, con due mentalità completamente diverse. Quanto influisce questo aspetto nella gestione del box e come si gestisce una situazione del genere a livello umano?
Filippo Conti, Team Manager GYTR GRT Yamaha WorldSBK Team – Secondo me dipende molto, anche se hanno culture così diverse, da quello che è il lato umano, il carattere del pilota che fa superare e rompere qualsiasi tipo di confine di mentalità e cultura. Pur mantenendo la loro personale identità socio-culturale, Kotha e Garrett sono due bellissime persone e due bravissimi piloti, due professionisti. Questo rende possibile andare al di là di qualsiasi differenza che ci possa essere. Quando due sportivi, due piloti in questo caso, vogliono emergere non si pongono barriere a livello umano.

FT – Rimanendo sull’aspetto umano, l’anno scorso Gerloff si è aperto pubblicamente parlando delle proprie debolezze. Non è facile per gli atleti del motorsport aprirsi così. Vengono sempre visti come superuomini. In quel caso quanto è stato importante e/o difficile per voi squadra far capire al pilota che gli eravate vicini?
FC – Lo hai detto tu, usando la parola squadra. Questo non è uno sport di singoli, qui vince la squadra, vince il gruppo. Quando ci sono momenti di difficoltà il gruppo stesso deve far quadrato, star vicino ed aiutare la persona, in questo caso il pilota, che in quel momento ha una debolezza che va affrontata e risolta. Questa vicinanza chiaramente dà sostegno e accelera il processo di “recupero” dallo stato di difficoltà momentanea. Poi sono professionisti, sanno che possono accadere alcuni tipi di eventi ma devono sempre lavorare duro per capire come migliorare per stare dove stanno e possono stare. Questo ambiente non fa sconti a nessuno. Il team ha anche il compito di sostenerli non solo dal punto di vista tecnico, ma anche umano affinché questo avvenga.

FT – Per quanto concerne il supporto tecnico, dato il vostro legame molto stretto con Yamaha potremmo rivedere il team GRT in Supersport? Il nuovo regolamento “multi-cilindrata” sembra allettante per le Case.
FC – No. Sono sincero, la Supersport non rientra nei progetti del team. Ormai siamo focalizzati assieme a Yamaha per quello che è il progetto strategico nella Superbike. La Supersport è stata una tappa propedeutica e fondamentale che ci ha creato quelle basi tecnico-organizzative che ci hanno concesso di fare il salto di categoria. Io devo molto al mondo della Supersport, si tratta di una categoria propedeutica ed importante non solo per i piloti ma anche per i team stessi. Secondo me è fondamentale passare per quella categoria, il personale di oggi è lo stesso di allora e siamo cresciuti con tanto impegno e sacrifici. Chiaramente si tratta del mio punto di vista. Ora che stiamo crescendo in Superbike dobbiamo continuare a lavorare e non finiremo mai a lavorare, ci saranno nuove sfide le quali presuppongono sempre degli adattamenti nello spirito di adattamento.


FT – Visto che ci parla di innovazione nelle relazioni, sappiamo che state portando avanti il progetto Innovation Hub. Come procede?
FC – Bravi, è proprio quello di cui vi stavo parlando. Secondo il nostro concetto di approccio alla partnership c’è una parte tradizionale, quella fisica che riguarda la visibilità e l’esperienza reale nel paddock, a cui si aggiunge una nuova parte, quella digitale. Oggi come oggi bisogna essere sempre attenti alle evoluzioni che chiede il mondo e la parte digitale di una partnership è una di queste. Però dobbiamo approcciarla con uno spirito moderno, innovativo, senza appoggiarci a metodi triti e ritriti. Noi dobbiamo tradurre per i possibili sponsor quelle che sono le potenzialità di questo investimento, i nostri partner devono avere un ritorno tangibile e legato al loro business.

FT – Parlando di ambiente, il paddock della Superbike sembra un luogo molto positivo, dove tutti vanno d’amore e d’accordo. Per esempio gli screzi tra Razgatlioglu e Rea si esauriscono nel giro di qualche ora, non danno margine alla stampa per ricamarci su.
FC – Non siamo la gioia dei giornalisti (ride). Siamo, per così dire, la gioia degli appassionati. Dentro la pista vinca il migliore, fuori deve sempre esserci quell’equilibrio tra team e Case perché puntiamo tutti sullo stesso obiettivo e dobbiamo farlo con correttezza e rispetto. Così un campionato può crescere assieme ai rapporti tra le Case stesse.

FT – E visto il vostro rapporto con Yamaha, quanto è importante avere il sostegno diretto di una Casa?
FC – Al di là dell’appellativo, la cosa fondamentale è il legame tra team e Casa. Nel caso nostro il legame con Yamaha è talmente forte che è difficile capire quale sia il confine, dove finisca il team e dove inizia la Factory. Siamo due mondi che hanno deciso di collaborare e coordinarsi insieme, viviamo in simbiosi. Siamo completamente amalgamati. Questa integrazione è bella perché parliamo la stessa lingua e ci sono delle basi importanti per migliorare, per far crescere la nostra relazione. Dalla Supersport a oggi io ed i ragazzi del team abbiamo dedicato tanto impegno a questo progetto e Yamaha ci ha sempre premiati. Ogni volta che mettiamo un tassello, che tagliamo un traguardo, per noi è sempre un punto di partenza e non di arrivo, questo per me è fondamentale come lo è per Yamaha e su questa mentalità condivisa nasce il nostro rapporto. Consolidare quello che si è fatto bene e migliorare dove abbiamo sbagliato ci permette di stare al passo col mondo che cambia ed evolve.

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Filippo Gardin

Padovano classe 1993, ho iniziato a 2 anni a guidare, in quel caso una mini-replica della moto di Mick Doohan e da lì non mi sono più fermato. 2 e 4 ruote, entro e fuori strada e anche pista: cambiano le forme ma sono tutti frutti della stessa passione. Vi racconterò il Motomondiale, con la testa e con il cuore.

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