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“Promosso in IndyCar”: il sistema americano per valorizzare i piloti

Se siete appena nati, come potete avere uno sponsor? È una domanda che in F1 sembra non meritare attenzione: l’importante è che chi vince la GP2 riesca a trovarsi una valigia per pagarsi l’accesso nella massima serie (tranne particolari eccezioni). Ma nella IndyCar hanno trovato una risposta. La serie americana è ricca di inventiva. Nel…

11 Gennaio 2017
3 min read

"Promosso in IndyCar": il sistema americano per valorizzare i piloti

Se siete appena nati, come potete avere uno sponsor? È una domanda che in F1 sembra non meritare attenzione: l’importante è che chi vince la GP2 riesca a trovarsi una valigia per pagarsi l’accesso nella massima serie (tranne particolari eccezioni). Ma nella IndyCar hanno trovato una risposta.

La serie americana è ricca di inventiva. Nel 2008, compresa la portata della crisi economica, si fuse con la rivale ChampCar ed è per questo che è ancora in piedi. E quando si sono accorti che era il caso di trovare giovani piloti, non si sono lasciati intimorire e hanno progettato una soluzione.

Da decenni ormai la IndyCar ha una propria formula propedeutica. Si chiama IndyLights: è un campionato low-cost che segue la sorella maggiore in molti appuntamenti della stagione. Quest’anno si è corsa la trentesima edizione della serie e l’ha vinta Ed Jones, pilota britannico che vive a Dubai. Indovinate il team campione? Carlin Racing: proprio loro, la squadra che ha concorso per anni nel Campionato inglese di F3 e che continua la sua militanza nelle formule minori europee.

Il punto è che la porta della F1 si sta restringendo sempre di più e la valigia necessaria a farla aprire si sta ogni anno sempre più appesantendo. La FIA ha provato a rendere più efficiente il percorso per portare giovani talenti dal karting fino alla massima serie ma ha dimenticato proprio quest’ultimo dettaglio: i soldi.

«Se non hai i soldi, non hai la F1» ha detto Raffaele Marciello qualche settimana fa. Una massima che è valsa per molti altri: né Davide Valsecchi né Luca Filippi hanno mai visto dall’interno la categoria regina dell’automobilismo. E non a caso entrambi hanno provato a sfondare nel mondo delle ruote scoperte americane.

La IndyLights è un ottimo banco di prova per i principianti. I circuiti sono gli stessi della IndyCar, i risultati non influiscono più di tanto perché la griglia è corta e variegata (in genere non si superano le 12-15 unità) e i riflettori ci sono, ma senza la pressione mediatica della serie maggiore. Si fa esperienza, insomma, sotto gli occhi dei team manager pronti a staccare un assegno. E magari di qualche sponsor volenteroso.

"Promosso in IndyCar": il sistema americano per valorizzare i piloti

Ma al pilota campione c’è qualche garanzia che neanche il più fortunato vincitore della GP2 ha mai avuto. Anzitutto, un premio di un milione di dollari, che nessuna serie europea offre (e che in America pesa molto di più che da noi a causa dei budget più bassi). Ma soprattutto la partecipazione garantita a tre corse della IndyCar Series dell’anno successivo. Tra cui il palcoscenico più ambito dall’altra parte dell’Oceano. Avete capito bene: chi vince la IndyLights, l’anno dopo ha assicurata la sua casella sulla griglia della 500 Miglia di Indianapolis.

Andare in IndyLights è, insomma, un po’ come fare uno stage in IndyCar. Si tratta di un sistema molto efficiente e che ha dato grandi soddisfazioni a entrambe le serie: quella inferiore  ha promosso i suoi alfieri nella maggiore guadagnando prestigio e attrattiva; quella superiore ci ha guadagnato in varietà e qualità della griglia.

Ecco perché Max Chilton, quando è emigrato negli States, ha preferito passare prima dall’anticamera, senza entrare dalla porta principale. Caricandosi di belle speranze dopo aver vinto la sua prima corsa su un ovale, tra l’altro. E forse il vero errore di Valsecchi (che a differenza di Filippi non ha corso neanche una gara nella IndyCar) è stato non considerare la IndyLights.

Insomma, come al solito l’America insegna all’Europa che si possono raggiungere risultati migliori a un costo più basso. E sarebbe il caso che la FIA iniziasse a valutare l’opzione della promozione garantita anche per la futura Formula 2. Oppure continueremo a formare talenti nelle categorie europee per mandarli a correre in America.

Sono esagerato? Valutate voi: ricordate Alexander Rossi alla guida della Manor-Marussia? Quest’anno ha vinto la 500 miglia di Indianapolis…

Rossi vince la 500 Indy

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Marco Di Geronimo

Nato a Potenza nel 1997, sono appassionato di motori fin da bambino, ma guido soltanto macchinine giocattolo e una Fiat 600 ormai sgangherata. Scrivo da quando ho realizzato che so disegnare solo scarabocchi. Su Fuori Traiettoria mi occupo, ogni tanto, di qualcosa.

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