Ad Abu Dhabi è tempo di saluti. Nell’ultima notte della stagione 2025 di Formula 1 si intrecciano storie di nuovi inizi e di un’era che volge al termine. Lando Norris risponde così, con il titolo iridato, alla legge Verstappen e a chi per anni ha messo in dubbio la sua stoffa da campione. Successore silenzioso in un sport crudele, in lui riscopriamo la bellezza della vulnerabilità. Perché, davanti a un sogno finalmente realizzato, non ha senso chiedergli altro che essere sé stesso.

Lacrime. Un minimo comune denominatore che non può che apparire normale nella notte araba che cala sulla stagione di Formula 1 più combattuta degli ultimi anni. Là dove non era ancora stata detta l’ultima parola, dove tutto era ancora da decidere. Una base comune prevedibile, forse scontata, vista la posta in gioco.
La bellezza delle lacrime sta nella loro versatilità, la capacità di cambiare un volto, dando sfogo a stati d’animo che procedono da versanti opposti come tori alla carica. Adattabilità, a quello che è e che è stato, una sintesi di gioia e sofferenza nell’unico atto del piangere. Così, le lacrime di Lando Norris si specchiano in quelle di Giampiero Lambiase, che in pista non c’era – se non tramite il contatto radio con il Max di una vita – ma che è sembrato correre assieme a lui, credendoci fino all’ultimo. Dalla felicità del primo mondiale passiamo al rammarico di quello che potrebbe essere stato l’ultimo, perché ogni regno ha una fine e se in quel regno ci hai creduto ancor prima che sorgesse, quando il dubbio avvolgeva tutto e tutti mentre un ragazzino affamato scriveva il suo destino, allora il conto da pagare è ancora più salato. Mentre un pilota si fa scudo con il casco, prode alleato contro occhi indiscreti nell’intimità del sogno diventato realtà, un ingegnere di pista si mette le mani sul volto. I sacrifici di una vita che ripagano contro una rincorsa che sembrava sul punto di sfondare il muro dell’impossibile ed entrare nei libri di storia.
Forse motivi familiari porteranno GP lontano da Max Verstappen, probabilmente sempre in pista, ma non più in cuffia, altrove tra le gerarchie di Milton Keynes. Forse la reazione al muretto Red Bull è frutto di cose non dette e che per ora non ci è dato sapere.
Il punto però è chiaro, Abu Dhabi non sarà mai una gara come le altre, e quest’anno non è stata solo una questione di arrivederci. Il tracciato che aveva dato origine a un nuovo strapotere, quattro anni dopo mette fine a ciò che – in modo destabilizzante – aveva contribuito a far nascere, scortando il successore dell’era Verstappen verso il mondo dei Grandi. Alla bandiera a scacchi di Yas Marina un nuovo nome è diventato l’inizio e la fine di tutto. L’inizio di una Formula 1 che nella cifra corrispondente ai campionati vinti da Lando Norris ritrova quell’uno che la rende tanto unica. La fine di una Formula 1 che l’inno olandese lo ha imparato fin troppo bene.
Successore, perché parlare di erede, in una realtà così eterogenea come la griglia più ambita, non rende giustizia a un ragazzo che, all’alba del suo titolo iridato, non merita di rivedersi una volta ancora comparato a quel Verstappen che tra i Grandi è entrato senza chiedere permesso e che lì ci è rimasto senza se e senza ma. Successore sì, di Max, ma erede di nessuno se non di sé stesso e di chi come lui – nello sport – non ha paura di mostrarsi fragile. Figlio, di mamma Cisca e papà Adam, di una stagione che lo ha visto cadere e rialzarsi, rinnegare e poi lodare la monoposto dei desideri. Forgiarsi contro il pilota più forte degli ultimi tempi e un compagno di box che, come lui, sognava la prima corona.

Ora Lando Norris è membro del club del mito, quello di cui però ammette di non sentirsi parte, ed è proprio qui che è facile cadere in tentazione. Affermare che è il primo a non ritenersi meritevole è l’errore da principiante da non commettere, perché l’unica conclusione estraibile da questa sua considerazione ci riporta al punto di partenza: basta pesare le parole su una bilancia immaginaria destinata a uno soltanto. Al sognatore che quest’anno ha sognato più di tutti e che scusate se al sorgere del suo primo titolo si sente solo al primo gradino di una scalinata che in cima vede Lewis Hamilton e Michael Schumacher spartirsi lo scettro della grandezza.
In fondo, non è per niente facile essere, là dove l’etichetta del debole ti è stata assegnata, là dove il tuo compagno di squadra non mostra segni di cedimento, finché il castello di carte crolla e ci si rende conto che, dopotutto, nessuno è invincibile. Là dove la legge Verstappen ci aveva ormai abituato a uno stile ben preciso, in pista e fuori.
La Formula 1 è un sistema crudele, una roulette russa dove il caso può rivelarsi cruciale tanto quanto la preparazione, dove i fattori in gioco sono in costante cambiamento e l’unica mentalità adeguata sembra essere quella del cacciatore glaciale. Max Verstappen ha detto che il campionato si vince su 24 gare. Vero. Considerare Barcellona, Silverstone o Austria la causa della sconfitta non è propriamente corretto, così come non lo è additare i due punti di Lusail. Lo stesso vale per il posto ceduto da Piastri a Monza, il ritiro di Norris a Zandvoort o il suo incidente in Canada. Nel corso dell’anno succedono cose di cui non si conosce la vera entità fino a quando non si arriva alla resa finale, e va bene così, la massima serie si nutre anche di questo.
Del resto, Yas Marina ne ha visti di campionati finire e il verdetto di quest’anno non è altro che l’ennesima sentenza, soffocando le voci che contestano la legittimità del vincitore e gli interrogativi sul talento di un giovane pilota. Un eco del 2021, ma allora a fare da spartiacque fu un regolamento stracciato e interpretato, più che una differenza di rendimento. Un esito non impugnabile, tra le mille domande che accompagnano il circus verso un 2026 tutto da scoprire.
Ad Abu Dhabi è la fine di un’epoca che nel 2022 ha visto la luce e consegnato a Max Verstappen il suo secondo titolo iridato. Con lui, sul gradino più alto, si chiude un ciclo tecnico di quattro anni dal bottino quasi pieno, teatro di un carisma e di un’abilità per pochi. Un ciclo che in McLaren trova una squadra rinata nella convinzione dell’equità ma che, forse, ha ancora tanto da imparare. In Lando Norris, invece, ritrova il successore silenzioso e fedele a sé stesso, la risposta più giusta a chi ti chiede incessantemente di essere diverso e che dei sacrifici di una vita intera non si cura, se non con un pizzico di presunzione quando finalmente alzi la coppa più importante di tutte.
