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Di uno Shakedown a porte chiuse che sta facendo discutere un po’ troppo

La Formula 1 ha iniziato il suo 2026 con uno Shakedown a porte chiuse sull’asfalto di Barcellona. Siamo sicuri che sia stato un errore?

27 Gennaio 2026
8 min read
shakedown barcellona

La sensazione è che ormai fossimo disabituati. A venire esclusi, a non avere occhi e orecchie dappertutto, ad ammettere che qualcosa stia avvenendo al di là del nostro sguardo, della nostra comprensione.

shakedown barcellona
© F1

Anni di gestione da parte di Liberty Media, anni di apertura quasi totale dal punto di vista comunicativo seguiti ad anni di oscurantismo Made in Ecclestone, sembra abbiano fatto dimenticare cosa sia stata la Formula 1 fino a poco più di un decennio fa. I cancelli chiusi, la sicurezza ovunque e gli elicotteri in volo sopra il Circuit de Catalunya nel tentativo di blindare quanto più possibile questo Shakedown di inizio 2026 ci hanno bruscamente riportati indietro nel tempo.

Guardando i video pubblicati sui social da chi ha cercato di accedere al Montmelò – nonostante da mesi fosse confermato che questa sessione di test voluta dai team sarebbe stata a porte chiuse – si fa fatica a capire che si tratti di un semplice test di Formula 1. Uomini in casacca gialla spuntano dalle colline in pieno stile Vietcong, elicotteri pattugliano i cieli con la “Cavalcata delle Valchirie” di Wagner in sottofondo e il tutto al solo fine di tenere lontani giornalisti, fotografi professionisti o semplici appassionati da quello che è il primo respiro collettivo delle nuove monoposto di Formula 1. Poco importa che i tempi di questa sessione conteranno ancora meno di quelli – già irrilevanti – dei canonici test pre-stagionali e che molte delle auto scese in pista in questi giorni saranno parecchio diverse da quelle che vedremo a Melbourne: la F1 attuale, piaccia o no, ha aumentato il proprio appeal fino a rendere semplicemente imperdibile qualsiasi evento a essa collegato.

apocalypse now
Un’immagine al tramonto dei cieli sopra il Circuit de Catalunya | © Apocalypse Now

Di fronte a un interesse inarginabile, sforzarsi nel 2026 di mantenere la più totale segretezza attorno a un simile evento risulta quasi del tutto vano. Nonostante l’oggettivamente esagerato spiegamento di forze sono infatti parecchi i video che mostrano le vetture affrontare le curve del Montmelò, così come diverse sono le foto realizzate da lontanissimo grazie a obiettivi e lenti sempre più potenti ed efficaci. Prima che il mondo della Formula 1 si rendesse conto di una simile “fuga di notizie” tagliando il segnale, durante il Day 1 dello Shakedown era stato messo a disposizione persino un live timing piuttosto dettagliato, ripreso e rilanciato sui social da ben più di un utente. Aspettarsi uno scenario diverso, con la tecnologia disponibile oggi e dopo anni in cui Formula 1 stessa ha fatto di tutto per aumentare la propria fan base e ingigantire a dismisura – e spesso persino a sproposito – l’hype che la circonda, era sinceramente impensabile.

Proprio il fatto che fosse pressoché impossibile pretendere disinteresse e impedire fuoriuscita di notizie, foto e video induce però a una riflessione. Liberty Media è troppo scaltra ed esperta, soprattutto dal punto di vista della comunicazione, per non avere immediatamente compreso l’effetto che una simile chiusura a pubblico e addetti ai lavori avrebbe generato. Da ogni dove si sono infatti sollevate lamentele e critiche, volte a sottolineare sia come l’ostinazione a tenere celata l’attività in pista abbia incuriosito il mondo più di quanto non sarebbe riuscito a fare un test a porte aperte sia a evidenziare i rischi connessi alla pubblicazione di deep fake in un’epoca sempre più segnata dall’uso insensato dell’intelligenza artificiale. Le due considerazioni sono innegabilmente corrette, ma entrambe sottostimano forse il fatto che la Formula 1 – e con essa Liberty Media – debba rispettare anche le esigenze di chi mette le monoposto della massima serie automobilistica in pista: i team e i marchi che essi rappresentano.

Come scritto poco più sopra, infatti, questi cinque giorni di prove a porte chiuse sono stati richiesti (e soprattutto organizzati) direttamente dalle 11 scuderie iscritte al Campionato del Mondo 2026 di Formula 1. Tutte loro, nessuna esclusa, avevano fin troppo chiaro in mente ciò che è accaduto in occasione del primo test dell’era turbo ibrida: a Jerez de La Frontera, il 28 gennaio 2014, 8 monoposto misero assieme la bellezza di 91 giri totali. All’epoca si era praticamente agli albori dell’era social per come la conosciamo adesso e dunque una simile debacle aveva avuto una risonanza mediatica limitata, ma qualora una situazione del genere si fosse ripresentata a inizio 2026… beh, gli effetti sul fronte della comunicazione sarebbero stati diversi. Diversi e difficili da sostenere per di più, ed è per questo che – pur non condividendole – non è impossibile comprendere le ragioni alla base della scelta fatta.

Troppo spesso sembra che si tendano a dimenticare quali sono e quale entità hanno gli interessi economici sottesi alla partecipazione a un campionato come la Formula 1. I brand sono certamente spinti dalla volontà di competere e possibilmente di vincere, ma è inutile negare che quella di prendere parte alle corse della massima serie automobilistica (per di più in un suo momento di particolare splendore) sia anche una scelta dettata da chiare logiche di mercato. La F1, per i marchi che al momento ne fanno parte, funge da potentissimo volano in termini d’immagine: non è un caso che, ora che il Circus si è trasformato nel “place to be” automobilistico, brand che da quella stessa F1 sono usciti alla chetichella anni fa stiano facendo carte false per provare a rientrare. Il Circus attualmente è in grado di accendere riflettori mediatici la cui potenza è impossibile da pareggiare, ma ciò vale sia in senso positivo che in senso negativo. In una fase particolarmente delicata per il mondo occidentale dell’automotive, giustificare investimenti miliardari per far correre delle vetture già di per sé non è impresa facile, figurarsi quanto possa complicarsi la vita di chi deve tenere le redini dei progetti nel momento in cui le prime apparizioni finiscano per rivelarsi un autogol mediatico.

shakedown barcellona
Un esempio di chi nel 2015 avrebbe voluto che l’intera stagione fosse a porte chiuse

La scelta dei team di sbarrare le porte del Circuit de Catalunya ha quindi forse il sapore dell’eccesso di prudenza con il senno di poi, ma non quello della decisione insensata. Memori di quel difficilissimo esordio datato 2014, consapevoli delle conseguenze comunicative che un eventuale fiasco porterebbe con sé, le 11 scuderie iscritte al Mondiale hanno preferito tenersi un margine di tre giorni – i primi della stagione, peraltro – per essere certe di non sfigurare nel momento in cui le telecamere verranno puntate su di loro. Una sorta di prova generale dunque, come quelle che prima di un qualsiasi spettacolo teatrale si tengono su palcoscenici di fronte a platee completamente vuote. Davvero dopo avere puntato il dito per anni contro FIA e F1, ree secondo chiunque di avere ridotto oltre ogni ragionevole soglia il numero di km percorribili in sessioni di test in pista, ora si critica chi si è organizzato per macinare qualche giro in più solo perché ha preferito farlo senza rischiare di essere messo alla berlina? Parrebbe quantomeno esagerato, soprattutto riflettendo su ciò che è accaduto a Fiorano pochi giorni fa.

ferrari fiorano
© Scuderia Ferrari Press Office

È infatti bastato vedere la Ferrari SF-26 di Lewis Hamilton ferma a pochi metri di distanza dal box per far partire un incessante tam tam social che raccontava di presunti problemi e rotture. Sui social, nei minuti immediatamente successivi alla presentazione della monoposto di Maranello e dunque nel momento di massima attenzione sul tema, in tantissimi hanno pubblicato post, reel e tweet in cui annunciavano guasti imprecisati sulla SF-26 dell’inglese raccogliendo una quantità di interazioni spaventosa. Dopo diversi minuti – un lasso di tempo che sui social equivale all’incirca a un’era geologica – sono iniziate ad arrivare le prime smentite e i primi fact checking ma, complice l’hype già scemato e il fatto che l’assenza di problemi (reali o inventati che siano) generi meno clamore e di conseguenza meno interazioni e reach, ormai il “guaio” era fatto: per una considerevole parte del grande pubblico medio, la Ferrari SF-26 ha accusato dei problemi in realtà mai avuti al termine del proprio installation lap. Un simile fenomeno, al quale si aggiunge ovviamente tutta quella schiera di contenuti visivi o testuali creati per analizzare il nulla commentando il niente, è roba che fa quasi rimpiangere un eventuale deep fake dovuto alle porte chiuse.

Se Ferrari ha la forza, il blasone e la tifoseria necessaria per far scivolare rapidissimamente nell’irrilevanza una simile non notizia, non è detto che Audi, Ford, Cadillac o la stessa Gazoo Racing vogliano (o possano permettersi di) associare un’immagine simile al loro approdo o al loro rientro in Formula 1. La notizia degli stop di Audi e Cadillac nel Day 1 è fuoriuscita comunque per via dei motivi già analizzati, certamente, ma ha il sentore e la copertura mediatica del leak e non quelli – indubitabilmente più grandi – di un qualcosa che accade in diretta streaming mondiale e che di certo ha una risonanza maggiore anche nelle sale del CDA dei vari gruppi automobilistici. Non è di certo un caso che i video ufficiali, comunque prodotti da Formula 1 e disponibili su tutti i social, vengano popolati evitando quanto più possibile di menzionare problemi o di mostrare immagini di vetture ferme: il fatto che nel recap del Day 1 dello Shakedown, pubblicato sul canale YouTube ufficiale della F1, non ci sia neppure un riferimento ai comprensibili intoppi avuti da Audi e Cadillac è emblematico in tal senso. Il Circus in questa prima fase non vuole che non si veda nulla, ma non vuol neppure che si veda tutto. Chiede solamente di pazientare, consapevole com’è del fatto che di tempo per fare analisi dettagliate o semplicemente per vedere in azione le 22 monoposto ce ne sarà parecchio nelle prossime settimane e nei prossimi mesi.

Unicorni e arcobaleni nel Day 1 dello Shakedown a Barcellona

Un simile tentativo di segretezza, dopotutto, gioca a favore anche della Formula 1 stessa. All’alba di un ciclo regolamentare che è stato criticato in lungo, in largo e sotto tutti i fronti prima ancora che una sola delle 11 monoposto in griglia venisse svelata o guadagnasse la pista, alla serie non deve essere troppo dispiaciuta l’idea di avere a disposizione una sessione di test in cui gli eventuali problemi di gioventù di questa generazione di vetture potessero passare sotto silenzio o quasi. In questo senso non risulta troppo strana neppure la scelta di trasmettere solamente in parte la prima tornata di test del Bahrain e di limitare la diretta integrale alla seconda e ultima sessione di Sakhir: dal 18 al 20 febbraio tutte le monoposto presenti in pista dovrebbero essere in grado di completare un numero di giri dignitoso, senza far vacillare l’immagine di questo o quel marchio o far dubitare della sensatezza del regolamento. Due rischi che l’anima della Formula 1 attuale non vuole proprio saperne di correre, anche a costo di scoprire quanto ridotta sia diventata la pazienza dei suoi appassionati.

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Stefano Nicoli

Giornalista pubblicista, innamorato dal 1993 di tutto quello che è veloce e che fa rumore. Admin e fondatore di "Andare a pesca con una LMP1" e dell'agenzia di comunicazione FT Communication, sono EXT Channel Coordinator e Motorsport Chief Editor di Red Bull Italia, voce nel podcast "Terruzzi Racconta", EXT Social Media Manager dell'Autodromo Nazionale Monza e Digital Manager di VT8 Agency. Ho collaborato con team e piloti del Porsche Carrera Cup Italia e del Lamborghini SuperTrofeo, con Honda HRC e con il Sahara Force India F1 Team. Ho fondato Fuori Traiettoria mentre ero impegnato a laurearmi in giurisprudenza e su Instagram sono @natalishow.

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