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Interlagos, 24 marzo 1991: la prima volta in cui Senna si prese il Brasile

Ciao, sono Ayrton Senna, e oggi vi racconto la mia vittoria più dolce. Prima di cominciare, dovete sapere qualcosa su di me: dopo Dio e la Formula 1, la cosa più importante della mia vita è il mio popolo. La mia gente. I miei fratelli brasiliani. È vero, sono stato fortunato: sono nato in una…

12 Novembre 2017
5 min read

Ciao, sono Ayrton Senna, e oggi vi racconto la mia vittoria più dolce.

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Prima di cominciare, dovete sapere qualcosa su di me: dopo Dio e la Formula 1, la cosa più importante della mia vita è il mio popolo. La mia gente. I miei fratelli brasiliani.

È vero, sono stato fortunato: sono nato in una famiglia molto abbiente, cosa piuttosto rara nel mio Paese, e non ho mai conosciuto la povertà in prima persona. Ma nonostante questo, in qualche modo, con la mia guida tanto cinica quanto vincente, ero riuscito a far saltare insieme dall’emozione il businessman del centro di Brasilia con il ragazzino della favela ai piedi del Cristo di Rio.

Il mio popolo mi amava e io amavo il mio popolo. Un amore platonico, quello che i greci definirebbero “agape”. Per questo motivo mi sentivo in dovere di fare qualcosa per lui. Optai per una silenziosa carità, di cui nessuno doveva sapere. Perché l’agape è amore incondizionato e non deve dipendere dalla tronfia esternazione di magnanimità.

Dio, dal canto suo, mi aveva scelto per vincere ma voleva che gli dimostrassi qualcosa di più. 

Mi aveva privato della gioia più grande nel mio, nel nostro, sport: la vittoria nella gara di casa.

Esatto: era il 1991, ero due volte campione del mondo, ero il campione in carica…ma in sette anni, il tabù era rimasto intatto, in una teca di vetro. Un vetro che Dio aveva reso infrangibile per qualsiasi essere umano. Ma io ero qualcosa di più di un semplice essere umano, lui lo sapeva, quindi dovevo accettare e vincere la sua sfida.

Il giorno della gara, il 24 marzo, si avvicinava inesorabile e la tensione cresceva nelle mie viscere, come un’onda di materia non meglio identificata che premeva pesante sui miei polmoni rendendomi difficile anche la cosa più naturale come il respirare.

Dio mi lanciò parecchi segnali quel weekend, sia di incoraggiamento che di sfida. Il primo di una lunga serie arrivò al sabato. Il mio giro di qualifica era stato perfetto, ma avevo tagliato attraverso la pericolosa pit entry nella mia arrembante corsa verso il traguardo, per raschiare via preziosi centesimi di secondo dal mio tempo. La stessa manovra era costata la cancellazione del tempo a Morbidelli, ma io venni graziato. Io ora partivo davanti a tutti.

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Era una tiepida domenica di marzo, ma il mio sangue ribolliva nelle vene, i miei piedi battevano nervosi per terra come smaniosi di trovare finalmente l’acceleratore ad attenderli, al posto del nero asfalto di Interlagos. Mancavano diversi minuti alla partenza. L’unghia del mio pollice sinistro scavava impaziente nella pelle che cinge quella del pollice destro. Era come se il mio subconscio volesse spostare sull’autoinflitto dolore fisico quella pressione difficilmente sopportabile anche per un campione come me.

Era il momento. Salii in macchina con il casco già addosso, come facevo sempre, per evitare di lasciare che i miei occhi, lasciati scoperti, parlassero agli altri. Per evitare che le mie emozioni fuggissero dalla mia testa. I giri dei motori crescevano assordanti, ma non abbastanza per impedirmi di sentire il sangue pulsare violento nelle mie tempie. Le luci si spengono, faccio il vuoto dietro a me, tanto che alla fine dell’ottava tornata ho un vantaggio di tre secondi sugli inseguitori.

Ma tra questi ultimi c’è un’altra bestia da abitacolo: il “baffone” d’oltremanica non era tipo da accontentarsi. Nigel Mansell, alle mie spalle, cominciava a inanellare un giro veloce dopo l’altro. Il distacco era rapidamente sceso a soli sette decimi. Percepivo la sua ombra sulla mia schiena.

Ma Dio mi lanciò un nuovo segnale: due pit stop, uno molto lento e uno dovuto ad una foratura, avevano allontanato il peso di Nigel dalle mie magre spalle. Ora che da lassù mi avevano fatto capire che mi stavano guardando, mi fecero capire che bisogna lottare per ciò che più si vuole.

Al sessantesimo giro, mentre scalavo le marce, mi resi conto di aver perso la quarta. Ma mi resi conto anche del fatto che questo non sarebbe bastato a fermarmi. Appena un giro dopo, l’inglese si arrese a sua volta proprio per un problema al cambio. La mia McLaren, però, sembrava davvero non farcela. Una alla volta, inesorabilmente, le mie marce si rifiutavano di entrare. Il mio polso non poteva più muovere la leva alla mia destra.

Ero bloccato in sesta.

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Chi conosce l’autodromo Carlos Pace può immaginare la tragedia interiore che stavo vivendo. La mia McLaren era praticamente ferma ad ogni tornantino di quella intricata pista. Perdevo cinque secondi a giro da Patrese, pur soffrendo anch’egli di noie al cambio. Ma non potevo mollare. Dovevo farlo per me e per la mia gente.

Dio si sarebbe accontentato di questo con un umano, ma da me si aspettava molto di più: a poche tornate dalla fine un temporale si rovesciò tra i saliscendi di quel nastro d’asfalto. La pista si stava allagando velocemente. Cercavo di usare le mie ultime energie per sbracciarmi di fronte ai commissari implorandoli di allontanare da me quel calice, sospendendo la corsa.

Ma niente, gli umani non ascoltavano le mie preghiere e la vittoria sembrava scivolarmi via come un pugno di sabbia tra le dita.

All’ultimo giro, le gocce di pioggia sulla mia visiera sembravano quasi il riflesso dei rivoli di sudore che impregnavano la mia fronte, aggrottata dalle smorfie di dolore. Percorro l’ultima curva a sinistra in uno stato di semicoscienza indotto dalla soglia del dolore troppo elevata e finalmente intravedo la bandiera a scacchi sventolare.

Sento le urla dei tifosi sovrastare il ruggito del motore Honda che montavo dietro di me.

Poche cose sono passate lentamente per me come quegli ultimi, interminabili, duecento metri che mi separavano da quella vittoria che avrebbe addolcito l’amaro delle lacrime che avevo versato. Non potevo crederci, ce l’avevo fatta. Comincio a urlare non appena l’adrenalina defluisce lasciando spazio al dolore dei crampi che avevano quasi paralizzato il mio braccio destro.

Urlo, urlo dentro il casco, quasi a farlo esplodere dall’interno.

I commissari di percorso corrono verso l’asfalto del tracciato sventolando bandiere e agitando le braccia, cercando di starmi più vicino possibile al mio passaggio nel giro d’onore. E l’onore non era quello di aver vinto una “semplice” gara in casa. L’onore era quello di aver vinto le sfide lanciatemi da Dio e di avergli provato di meritarmi quell’ala protettrice che mi aveva sempre fornito.

Salgo sul podio. Le urla dei tifosi crescono così tanto fino a diventare sorde alle mie orecchie. La coppa è pesante e la mia vista annebbiata ma in quella ciecità mi sentivo a mio agio. Sapevo come muovermi.

Con le mie ultime energie sorressi un bastone sopra alla mia testa, che all’estremità recava quel semplice pezzo di stoffa verde, blu e oro che in quel momento simboleggiava una fino ad allora mai trovata fratellanza nazionale. Ero lì, sul tetto del mondo. Ero lì, a San Paolo, a casa mia, ad ansimare per quella che in assoluto fu la vittoria più dolce della mia carriera.

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Carlo Ferraro

Classe tanta e '96, comincio a seguire la Formula 1 all'età di sette anni. Da lì la passione per le corse non smette di crescere, fino a far diventare il motorsport parte integrante della mia quotidianità.
Ad oggi, tramite FuoriTraiettoria, sono accreditato Formula 1 e Formula 2.

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