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SBK Story: Assen ’92, quando il Leone si prese gioco del Re

Dopo appena quattro stagioni di vita, il World Superbike metteva le ruote su una pietra miliare del Motociclismo. Per la stagione 1992 entrava in calendario Assen, circuito iconico per il motociclismo sin dal 1925. Il TT Circuit era, com’è oggi, sede del Gran Premio d’Olanda del Motomondiale dalla prima stagione del Motomondiale, nel 1949, e per la…

3 Febbraio 2020
4 min read

Dopo appena quattro stagioni di vita, il World Superbike metteva le ruote su una pietra miliare del Motociclismo. Per la stagione 1992 entrava in calendario Assen, circuito iconico per il motociclismo sin dal 1925. Il TT Circuit era, com’è oggi, sede del Gran Premio d’Olanda del Motomondiale dalla prima stagione del Motomondiale, nel 1949, e per la prima volta il giovanissimo World SBK sfidava la massima serie sullo stesso terreno. Per la prima volta le Superbike sfruttavano la stessa pista e le stesse strutture delle moto da Gran Premio, optando per la pista che più di ogni altra rappresentava il Motomondiale. O quasi. Il morale degli addetti ai lavori era alle stelle anche se la pista non sarebbe stata la stessa da 6’049 metri utilizzata dalle GP, ma una variante accorciata che ricorda molto quella attuale. Subito dopo la corsia dei box si voltava a destra affrontando un tornante da 180 gradi che immetteva nel rettilineo di ritorno, evitando il veloce e destroso tratto iniziale. La lunghezza scendeva così a 3’919 metri.

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In SuperPole ci finì Doug Polen, nomen omen. Nato a Detroit nel 1960, Polen è stato il primo maestro del giro tutto-o-niente in qualifica. Molto veloce anche nelle prime fasi di gara, ha anche vantato il record di 13 giri veloci in una singola stagione per 17 anni, è stato necessario Jonathan Rea per fare di meglio. Il primato dell’americano risaliva all’anno precedente quando concluse da dominatore in sella alla Ducati 888, con ben 17 manches vinte su 24– e finendo tre sole volte fuori dal podio. A dirla tutta le maches sarebbero state 26 su tredici round ma la stragrande maggioranza dei piloti boicottò il Round in Canada. Il pilota a stelle e strisce era l’uomo di punta di Ducati, il suo scudiero era un estroso 29enne italiano, arrivato alla corte di Borgo Panigale l’anno precedente con modi alquanto singolari, che al contrario applicava lo stile tutto-o-niente in gara: Giancarlo Falappa. La seconda manche di Assen ’92 ne è l’esempio perfetto.

“Posso battere le giapponesi con due soli cilindri, con uno è impossibile”
Doug Polen

Se Gara-1 fu vinta agilmente da Polen, in Gara-2 il buon Doug fu vittima di un guasto al motore. Uno dei due pistoni della sua 888 era difettoso ed il motore si bloccò, costringendo Polen al ritiro. Falappa, a cui capitò la stessa sorte del team mate in Gara-1, e l’australiano Rob Phillip su Kawasaki si trovarono la strada per la vittoria completamente libera. I due riuscirono in una piccola fuga per staccare gli avversari, ma fu una coppia di vita breve. L‘alfiere di Akashi scivolò dopo qualche giro provando a tenere il ritmo del Leone di Jesi, lasciandogli la vittoria tra le mani. Se non che, ad Assen, un fine settimana senza pioggia non può esistere.

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Di punto in bianco iniziò a piovere e la gara venne fermata congelando i distacchi, finché le condizioni climatiche non si fossero stabilizzate. Si trattò di un breve acquazzone passeggero, l’asfalto asciugò rapidamente e la direzione di gara diede il via per la procedura di ripartenza. Ora c’è il flag-to flag così che la gara continui senza interruzioni a favore dello spettacolo, mentre all’epoca si ripartiva andando a sommare i distacchi dei due monconi di gara. Falappa ripartiva con 5 secondi di vantaggio sul diretto inseguitore, Carl Fogarty.

Più giovane di due anni rispetto a Falappa, Foggy all’epoca era un re senza regno, forte di 3(+1) titoli iridati nell’ormai defunto TT Championship. Recentemente appiedato dalla Honda che ormai stravedeva per il solo Doohan, nel ’92 correva quasi gratis pur di non essere dimenticato. Foggy in quella stagione si stava sdoppiando fra il World SBK, con una Ducati obsoleta di un concessionario inglese, ed il Mondiale Endurance in sella ad una Kawasaki Ufficiale, che vincerà in coppia con Terry Ryemer.

Alla nuova partenza, Fogarty pare un leone uscito finalmente dalla gabbia. Partì affamato ed infilò immediatamente Falappa, con un attacco repentino e felino alla 1-Nationale Bocht: vuole prendere e scappare per mangiarsi in un sol boccone tutti quei 5 secondi di distacco. All’inizio sembra riuscirci, il Leone di Jesi probabilmente non si aspettava una partenza così a razzo. Ma la fuga di Foggy non riesce alla perfezione, il marchigiano resta lì. Falappa potrebbe accontentarsi e giocare al gatto col topo, con quei 5 secondi di credito. Ma non è un tipo che fa calcoli. L’italiano recupera sull’inglese e passandolo a tre giri dalla fine, nel veloce tratto finale con la moto che impenna scorbutica.

Negli ultimi due giri i due si toccano ad ogni curva, con Foggy che forza ogni ingresso e Falappa che gli chiude la porta in faccia, tagliando per primo il traguardo. Rigorosamente impennando in piedi sulle pedane, suo marchio di fabbrica. Tutte manovre inutili e rischiose, certo, ma ‘el Campero‘ Falappa non voleva saperne di vincere tagliando il traguardo per secondo. Tantomeno senza aver divertito il pubblico.

“Nessuno era duro come Falappa, in moto era un mostro. Lui è il pilota più forte che abbia mai incontrato. 
Quando era dietro di me, non riuscivo a concentrarmi.”
Carl Fogarty

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Filippo Gardin

Padovano classe 1993, ho iniziato a 2 anni a guidare, in quel caso una mini-replica della moto di Mick Doohan e da lì non mi sono più fermato. 2 e 4 ruote, entro e fuori strada e anche pista: cambiano le forme ma sono tutti frutti della stessa passione. Vi racconterò il Motomondiale, con la testa e con il cuore.

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