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Come si allenano i piloti? Intervista a Riccardo Ratazzi, preparatore atletico

Il motorsport è un insieme di discipline atletiche e, in quanto tale, servono delle figure come quella del preparatore dei piloti.

16 Gennaio 2025
10 min read

Lo sappiamo, dietro il motosport c’è un enorme dietro le quinte che solamente pochi eletti conoscono. Oggi, però, apriamo uno spiraglio sulla figura del preparatore atletico (e non solo) dei piloti.

©Riccardo Ratazzi

Siamo sempre tutti concentrati sulle gare, sulle sessioni di prove, sulle presentazioni dei team, ma difficilmente vediamo quello che c’è dietro. Sponsor, manager, telemetristi, capotecnici, meccanici, social media manager, certo, ma, per quanto fondamentali, non ricoprono che una percentuale neanche così alta sull’interezza dell’entourage di un pilota. Esistono figure a cui non pensiamo spesso, soprattutto perché il motorsport comprende tante discipline non viste come propriamente “sportive” o “atletiche”. Oggi siamo qui per cercare di demolire questo falso mito grazie a un preparatore di piloti, il dott. Riccardo Ratazzi.

Da sempre appassionato di motori, Riccardo ha deciso di costruirsi da solo un percorso non semplice: coniugare il motorsport con l’altro suo grande amore, il fitness. Da qui, la nascita di una carriera particolare e decisamente non standard: il preparatore del pilota, a 360 gradi. Abbiamo deciso di fare quattro chiacchiere con lui, uno dei fondatori della Racing Physique Academy di Milano, per farci raccontare il suo ruolo e la sua vita nel mondo delle due e quattro ruote (ma in palestra).

Fuori Traiettoria: Ciao Riccardo! Intanto volevo chiederti, come hai scelto questo percorso di vita? Insomma, non è conosciutissimo: fare il preparatore atletico dei piloti da grande non è esattamente ciò che ti desidererebbe ogni bambino.

Riccardo Ratazzi: Fin da ragazzino, come tanti, amavo le moto. Mio papà era un appassionato, quindi da bambino mi portava a vedere le gare di motocross. Da lì ho iniziato a fare motocross e poi, non essendo competitivo, ho smesso di gareggiare, ma volevo restare nell’ambito. Quando sono cresciuto, ho iniziato ad amare il mondo del fitness. Ho voluto agganciare le due cose, laureandomi in Scienze Motorie in triennale; nel momento in cui sono entrato all’università, ho sempre detto “voglio laurearmi nella preparazione atletica dei piloti“. Quello è stato il mio titolo di laurea. Da tantissimo tempo amo l’ambito dei piloti, fin da ragazzino, ed è da lì che è nata tutta la passione che ho trasformato poi in un vero e proprio lavoro. Con calma, con molta fatica, perché non c’è molto su questo. O almeno, non c’era: adesso si sta sviluppando sempre di più questo lavoro, questa dinamica bellissima. A oggi tutti i piloti cercano una figura professionale nel mondo del fitness, ma che sia anche a 360 gradi, un supporto.

FT: Tu hai fatto Scienze Motorie all’università, ma poi? Esiste un percorso di formazione specifico o te lo sei costruito tu?

RR: Sicuramente c’è da ringraziare Stefano Ledda, tuttora mio collega e uno dei miei più cari amici, che mi ha aiutato in tutto ciò, oltre alla Racing Physique Academy, che è l’Academy che abbiamo creato per i piloti. Quando mi sono laureato io, non c’era molto online, ma solamente delle figure che potevano farti entrare in questo mondo. Stefano mi ha dato la possibilità di entrare. Abbiamo avuto tanti anni di piloti, di gare: stiamo continuando insieme con Racing Physique. A oggi so che ci sono dei corsi, dei master che stanno sviluppando. Anche a Pavia, dove mi sono laureato io, so che tra poco ci sarà un master al quale ci hanno chiesto di partecipare come Racing Physique sulla preparazione dei piloti. Tutto sta prendendo forma adesso. Io mi sono specializzato studiando e applicandomi sul campo grazie a ricerche che abbiamo fatto noi o vecchie, di qualcuno che l’ha già fatto.

FT: Di cosa ti occupi esattamente?

RR: Il nome adeguato è preparatore atletico di piloti. Questo può dire tante cose. Mi occupo della preparazione atletica, ma non solo: mi occupo del pilota a 360 gradi, ovviamente in base alle sue necessità. Io lavoro su due tipi di piloti, auto e moto, ma anche su atleti di tennis e calcio. Durante il weekend di gara io sono la figura di supporto del pilota: lo seguo su alimentazione, idratazione, sveglia, sonno e psicologicamente come mental coach. Per farlo, bisogna formarsi oltre Scienze Motorie. Tra poco mi laureerò anche in Nutrizione. Ovviamente, la mia tesi di laurea magistrale sarà sulla Nutrizione di piloti di macchine e moto. Questo per essere un preparatore a 360 gradi, una figura su cui possono contare in qualsiasi ambito. Sicuramente la preparazione atletica su di loro è fondamentale. Io devo prepararli per farli arrivare pronti nel migliore dei modi alla gara, a qualsiasi evenienza, anche psicologica. Mi occupo del benessere. Sono una sorta di guida, io sono lì per il pilota, sia nel bene che nel male.

FT: Qual è la tua giornata tipo?

RR: Di solito mi alzo la mattina prestissimo. Ci sono due giornate tipo: invernale ed estiva. L’invernale è quella di preparare me stesso come i piloti: mi alzo la mattina, preparo gli altri atleti, dopo mi ritaglio due orette per prepararmi io fisicamente per stare dietro ai ragazzi, perché a volte battono anche noi! Bisogna sempre allenarsi per cercare di stargli dietro, anche se si spera davanti, almeno nell’ambito del fitness. Nel pomeriggio, stiamo insieme dalle 14 alle 17 ai piloti. Ci occupiamo della parte di equilibrio e core per primi, poi esercizi specifici, allenamento e si discute di cosa si farà durante l’anno, degli obiettivi e del campionato che correranno. Durante l’estate, invece, viaggio spesso dal giovedì alla domenica. Seguo il pilota, quindi mi occupo di lui a partire dalla sua sveglia: ci alziamo, colazione più sana possibile e un po’ di focus su quello che ci sarà da fare durante la giornata. A volte parto il mercoledì direttamente col pilota per i test sul circuito: in quel caso mi occupo dell’allenamento in pista, quindi corsetta, cose leggere. Nel weekend di gara, invece, mi occupo di sonno, idratazione, alimentazione e preparazione atletica. Ovviamente, molto leggero, niente che possa portare a infiammazioni o dolori. Solo cose banali, come stretching, un po’ di reazioni con le palline, con attrezzi specifici che abbiamo. Nella serata, cena insieme per parlare della giornata, del weekend, di come sta il pilota.

FT: Come si struttura un piano di benessere a 360 gradi per un pilota?

RR: Sicuramente ci vuole un programma basato su degli studi e soprattutto annuale. Si mette giù un programma per ogni atleta, ogni pilota, ogni professionista. Sicuramente, nei piloti la resistenza cardiovascolare, la forza muscolare, l’elasticità, il core e la mobilità articolare svolgono un ruolo fondamentale. Durante la loro preparazione ci concentriamo soprattutto su questi fattori. Il loro battito durante la gara sale tantissimo, quindi gli allenamenti sono focalizzati sul cardiovascolare. Forza poca, perché il pilota più leggero è e meglio è. Serve solo la forza esplosiva, che facciamo solo nella parte invernale. Tanta mobilità e flessibilità. Parte fondamentale invece sono coordinazione, riflessi ed equilibrio (per cui abbiamo attrezzi adeguati, come le tavolette, la balance board, il propilot, le fitball). Poi c’è un programma settimanale, così come per il piano alimentare e di recupero. Inoltre sono seguiti anche per l’idratazione e per il sonno. C’è il fattore psicologico, anche. Durante l’anno, a meno che non sei gara, è più un rapporto di amicizia che si crea tra pilota e pilota, ma anche fra pilota e preparatore. C’è competizione, ma ci vogliamo tutti bene.

FT: Com’è lavorare con piloti come preparatore personale?

RR: Per me che amo questo lavoro, è fantastico. E’ un rapporto lavorativo durante l’anno, durante i weekend di gara. Con qualsiasi atleta, sia professionista che non, secondo me bisogna instaurare un rapporto umano, non solo lavorativo. Ci sono piloti e piloti. Ognuno è fatto a maniera proprio. Con tutti i miei piloti mi trovo molto bene. Loro sono molto tecnici e professionali nel loro lavoro e nell’ambito del fitness. Sono molto competitivi, sia fra di loro, che in generale. E’ molto affascinante come loro lavorano, come si approcciano e la loro metodica. Un pilota, quando vuole fare il pilota, è molto metodico: ascolta, ci lavora, mette in pratica e ripete.

FT: Che differenza c’è fra un pilota e un qualsiasi altro atleta?

RR: Dipende da sport a sport. I piloti soffrono altri gruppi muscolari, rispetto ad altri atleti: avambracci, collo, spalle. Il loro battito sale molto spesso non per una questione di fatica cardiovascolare, ma per il fattore di gara. Quando si mette in griglia di partenza, banalmente, un pilota può avere un battito altissimo, non perché è stanco, ma per un fattore mentale di ansia di prestazione, di riflessi, di reazione. Poi dipende. Abbiamo avuto piloti di auto velocità su pista (Porsche Cup e Formula Regional), piloti che hanno fatto in moto la Parigi-Dakar, piloti di moto velocità su pista (MotoE e CIV) e su strada (National Trophy). Poi, piloti che vogliono fare motocross.

FT: E tra un pilota auto e un pilota moto, che differenza c’è?

RR: Sicuramente il fattore corpo. L’auto soffre di collo, avambracci, spalle, ma anche le temperature; la moto ha un valore più fisico, quindi si allena molto di più la parte sotto, ma anche avambracci e spalle, perché interviene tutto il corpo. Ci sono due differenze quando abbiamo un pilota di auto. Nella parte iniziale del lavoro, lo alleniamo sul collo e sulle reazioni, mentre il pilota di moto sulle reazioni, sull’equilibrio e sulla forza muscolare di tutto il corpo. Il battito cardiaco del pilota di moto è molto più alto, in quanto è sottoposto a più sforzo, quindi può arrivare a cedimento prima: non è un caso che i piloti di auto facciano 60 giri, mentre quelli di moto 20. Anche il pilota di auto è messo sotto pressione dal caldo e mentalmente: deve vincere la gara, deve fare bene le qualifiche. Ci sono due diversi metodi di allenamento. Entrambi lavorano sul core (plank, addominali), sulla mobilità e sulle reazioni, perché ci sono studi applicati che dicono che nel momento in cui il pilota si mette in griglia, il battito sale a livelli altissimi per lo stress, per la gara, per gli altri. Con l’auto, sul pilota agisce solamente la forza G sulle spalle e sulla testa.

FT: Che differenze ci sono fra le varie categorie moto che prepari?

RR: Dipende sempre da pilota a pilota, quindi dalla specifica persona e dal campionato e gare. Ci sono differenze. Il pilota di motocross ha molte più frequenze e intensità sugli avambracci. E’ molto più stancante rispetto alla pista. Dipende sempre anche dal metodo di guida del singolo pilota. Gli avambracci però è un po’ comune a tutti: ignorare il dolore in quella zona potrebbe portare alla sindrome compartimentale, che è un bel disagio. Siamo sempre aperti alle richieste dei piloti.

FT: Umanamente, come si distinguono i piloti auto da quelli moto?

RR: Su quello non c’è una grande differenza. Ogni pilota è fatto a modo suo e dietro al pilota c’è una persona. Dipende anche dal rapporto che instauri col pilota. Anche in categorie superavanzate, ci può essere un pilota che diventa un tuo grande amico; a volte il pilota invece vuole lasciarti solamente nella sua sfera lavorativa. Sono comunque tutti molto competitivi, quello sicuramente: dovunque li metti a giocare o a fare, sono entrambi competitivi.

FT: Qual è il rapporto che si crea tra piloti, preparatore e team?

RR: Sicuramente si crea un rapporto di fiducia, anche da parte del team. Quando conosci tutti, il team cerca di instaurare una relazione con te, anche per capire meglio il pilota. Sei una figura di riferimento: cerchi di capire il più possibile del pilota per aiutarlo e il team magari si interfaccia con te per comprenderlo meglio. Con il team hai molto meno rapporti, ti considera un po’ come lo psicologo del pilota. Quando è in gara, il pilota ti può chiedere qualsiasi cosa: la borraccia, i sali minerali, l’acqua calda e l’acqua fresca, l’asciugamano rinfrescante. In griglia, sicuramente ci sono piloti e piloti: c’è quello che vuole stare isolato e quello che vuole avere sostegno ripassando la pista o focalizzandosi su problemi e soluzioni.

FT: Ormai sono anni che ti occupi di questo. Sicuramente avrai visto un sacco di facce, di sogni, di ambizioni. Quali sono i volti, le storie, le imprese a cui tu ti sei più affezionato?

RR: Ogni pilota ha una sua storia alle spalle. Sono affezionato a tutti quelli che io seguo, sia dal punto di vista lavorativo, che dal punto di vista umano. Ci sono piloti di vecchia data che sono con noi da tantissimo tempo: li abbiamo visti crescere dalla 300 al 1000 via via che vanno avanti gli anni e l’esperienza. Alcuni piloti ti entrano nel cuore come amici. Ho seguito Alessandro Ghiretti con la Porsche Cup, Pedro Clerot in Formula Regional, Alberto Sarchi nel CIV 300, Francesco Mongiardo in Moto2 spagnola. Abbiamo sempre con noi nel cuore Luca Salvadori, che abbiamo seguito per tanto, dalla 600, alla MotoE e al National Trophy, e che ci ha lasciati recentemente. Poi altri piloti, come Alberto Nasca con l’Academy, ma anche tanti più piccoli di cui siamo molto fieri. Di tutti siamo molto fieri, qualsiasi strada hanno deciso di prendere e di non prendere.

FT: Qual è la cosa che ti ha detto “questo è proprio il mio lavoro”?

RR: Fin da ragazzino, la passione per le moto e il rapporto umano con le persone. Il nostro lavoro è dietro le quinte, quindi se vince il pilota o l’atleta, non siamo noi i vincitori, ma è lui. Tu festeggi con lui. E’ molto bello. Reputo sempre il rapporto umano come fondamentale nel mio lavoro: devo cercare di capire completamente l’atleta che ho davanti, dal punto di vista psicologico, familiare, fisico. Se c’è qualcosa, io ci sono per lui.

FT: Qual è il più grande pro e il più grande contro dei essere un preparatore di piloti?

RR: Bella domanda! I pro sono avere rapporti umani, lavorare con il pilota e con la mia più grande passione. Ho avuto a che fare con team importanti come Pramac, quindi anche belle soddisfazioni. Per me era un sogno e si è realizzato, spero si realizzerà di nuovo negli anni. I contro… potremmo dire che nell’ambito del fitness si cerca sempre di non confrontarsi. Si tengono le cose per sé, pensando di aver scoperto la formula segreta per il successo, ma così non è. Parlare e dialogare con altri preparatori, con lo psicologo, con la famiglia, col fisioterapista del pilota è fondamentale, fin dal giorno 1. Se tutto coincide, allora è tutto bello. Con tutti deve esserci un bel rapporto, ma nel fitness si cerca di nascondere, di non dare informazioni, quando in realtà è utilissimo. Sappiamo tutto quello sappiamo grazie a quelli che hanno scritto e provato prima di noi. Noi cerchiamo sempre di dare di più, di scrivere il più possibile, per far sì che in futuro gli altri inizino da lì e si migliorino.

FT: Se dovessi sintetizzare il tuo lavoro in tre parole, quali sarebbero?

RR: Sogno, dinamico e professionale. Sogno perché lo era; dinamico ti porta a viaggiare, lavorare con tante persone e tante figure diverse (nutrizionista, psicologo, fisioterapista, osteopata,…); professionale perché si sta parlando di un lavoro dove devi essere il più professionale e preparato possibile. Si scherza poco: i piloti vanno ai 300 km/h, rischiano la vita.

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Sofia Fabbri

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