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F1 – La generazione perduta

La Formula 1 non è un Paese per vecchi. Si pensi al GP di Monza del 1961: la Ferrari fornì una vettura “ospite” a un giovanissimo prodigio Messicano, che rispondeva al nome di Ricardo Rodriguez.  A soli 19 anni e 208 giorni si trovava già là, in Formula 1, a dare filo da torcere ai…

3 Maggio 2018
4 min read

La Formula 1 non è un Paese per vecchi.

Si pensi al GP di Monza del 1961: la Ferrari fornì una vettura “ospite” a un giovanissimo prodigio Messicano, che rispondeva al nome di Ricardo Rodriguez.  A soli 19 anni e 208 giorni si trovava già là, in Formula 1, a dare filo da torcere ai top driver alla sua prima gara della vita, almeno fino a quando non fu costretto al ritiro da un problema meccanico.
Un talento che stava per sbocciare. Un talento che sarebbe dovuto sbocciare, se solo un paio di anni dopo il destino non se lo fosse portato via in un incidente dovuto ad un cedimento della sospensione, ma questa è un’altra storia che vi abbiamo già raccontato.

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Purtroppo, come tutto -denaro compreso- anche i giovani talenti perdono valore quando ce ne è troppi e anzi, diventano fonte di problemi.
E’ esattamente quello che sta avvenendo in questi ultimi anni nella classe regina: decine di ragazzini-prodigio bussano alla porta del circus, sempre più numerosi e con sempre meno esperienza alle spalle, mandando in crisi quello che fino a pochi anni fa era un bilanciato sistema di ricambio generazionale.
Facendo un facile e diretto parallelo, è a grandi linee quello che sta succedendo anche nel mondo del lavoro nell’ultimo periodo: pochi pensionamenti e molti giovanissimi che, insieme, schiacciano la generazione intermedia che si deve guardare contemporaneamente dai pericoli che arrivano sia da davanti che dietro.

Ciò ha prodotto lo stesso identico effetto anche nel mondo della F1, con quello che personalmente definisco “l’effetto Verstappen”, dove tantissimi baby-fenomeni (Ocon, Wehrlein, Sainz, Gasly, Leclerc, lo stesso Verstappen…) apprendono troppo velocemente, riuscendo così ad essere in grado di arrivare nella massima serie bruciando i passaggi. Non riuscendo però a spodestare i mostri sacri come Alonso e Raikkonen, spingono i team ad appiedare gli “ex giovanissimi” non ancora del tutto affermati.

Pensate che nella griglia 2018, il numero di piloti nati tra il 1991 e il 1995 conta solo quattro elementi.  Solo quattro piloti che hanno dai 23 ai 27 anni!  Una vera e propria generazione perduta.

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L’emblema di questa politica dell’ “usa e getta” è Helmut Marko e il progetto Red Bull Junior Team da lui gestito. Tredici piloti, quasi tutti giovanissime promesse, hanno affondato il piede nell’acceleratore della Toro Rosso nei suoi soli dodici anni di attività e quasi tutti sono stati buttati nel cestino come cartacce appallottolate già in età giovanissima, quando sui quei fogli c’era ancora tantissimo spazio per scrivere.
Ma Marko è fatto così, nel bene e nel male zero sentimentalismi e solo risultati, lo sappiamo tutti.

In tutto questo la FIA non è certo rimasta a guardare: la federazione ha, infatti, innanzitutto fissato il limite minimo di 18 anni per la guida di una F1, così da non avere più piloti come Verstappen che scendono in pista pochi giorni dopo aver compiuto 17 anni.
Anche l’introduzione di nuove norme per ottenere la superlicenza si è rivelata utile in questo senso: in precedenza bastava un determinato kilometraggio percorso (quindi alcune sessioni di test erano più che sufficienti), mentre ora si basa su un sistema di punteggio che viene determinato dal risultato in classifica degli ultimi tre anni, rapportato alla relativa categoria in cui si è corso.
Ma anche così vi è una falla: un ragazzino appena sceso dai Kart può arrivare in F1 dopo appena una stagione in Formula V8 3.5 e una in SuperFormula.  Certo, dovrebbe vincere entrambi i campionati, e questo sarebbe un inequivocabile segnale di talento, ma siamo sicuri che l’esperienza accumulata sia sufficiente?

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L’idea migliore sarebbe seguire l’esempio del motomondiale e rendere appetibili e fondamentali gli step di GP3 e F2 e Liberty Media, fortunatamente, lo sa. Già dal primo anno di attività, la nuova gestione americana ha dato una dignità e una visibilità maggiori alla Formula 2 ed ora è il momento di non sbagliare con la GP3.
L’appuntamento con questa categoria è fissato per il 2019, dove verrà accorpata alla Formula 3 sotto un’unica insegna e dove si compirà il turnover triennale delle vetture, punto molto delicato in quanto sarà fondamentale trovare il compromesso perfetto tra macchina per fare esperienza e macchina che proietti verso la Formula 1.

Basterà tutto questo per evitare un’altra ecatombe generazionale? Le carte in regola sembrano esserci, ma lo sapremo solo aspettando e lo faremo con la speranza di vedere un circus giovane ma maturo, dato che la motivazione e la cattiveria agonistica dei ragazzi sono manna dal cielo per questo sport. Dato che la Formula 1 non è un Paese per vecchi.

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Carlo Ferraro

Classe tanta e '96, comincio a seguire la Formula 1 all'età di sette anni. Da lì la passione per le corse non smette di crescere, fino a far diventare il motorsport parte integrante della mia quotidianità.
Ad oggi, tramite FuoriTraiettoria, sono accreditato Formula 1 e Formula 2.

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