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Alonso e Indianapolis, l’amore impossibile

Fernando Alonso vuole la Tripla Corona. Dopo le vittorie in Formula 1 e a Le Mans, gli manca soltanto la 500 miglia d’Indianapolis. E con lo spirito di chi non si arrende mai, quest’anno ci riprova. È la terza volta in quattro stagioni. Ripercorriamo insieme tutte le tappe che segnano la storia d’amore e odio…

21 Agosto 2020
5 min read

Fernando Alonso vuole la Tripla Corona. Dopo le vittorie in Formula 1 e a Le Mans, gli manca soltanto la 500 miglia d’Indianapolis. E con lo spirito di chi non si arrende mai, quest’anno ci riprova. È la terza volta in quattro stagioni. Ripercorriamo insieme tutte le tappe che segnano la storia d’amore e odio tra il pilota asturiano e il catino dell’Indiana.

©AP Photo/Michael Conroy
©AP Photo/Michael Conroy

Aprile 2017. Fernando Alonso guida una delle McLaren peggiori di sempre. Il due volte Campione del mondo non solo non è riuscito a marcare un punto. No, la situazione è ancora più buia: non ha ancora visto la bandiera a scacchi. Tre ritiri su tre gare (uno convertito in 14^ posizione). Il motore Honda è il principale grattacapo del team di Woking. Le macchine arancioni sono inquadrate solo e soltanto quando il loro propulsore prende fuoco. O le costringe altrimenti alla resa.

Non c’è più niente da perdere. Ed è per questo che la stagione 2017 dello spagnolo prende una piega inattesa. «Dopo 38 anni di assenza» annuncia il sito della scuderia «la McLaren tornerà alla 500 miglia d’Indianapolis del mese prossimo, usando motori Honda». È il guanto di sfida che il #14 lancia all’automobilismo mondiale. Comincia la sua corsa all’inseguimento del Borg-Warner Trophy.

È il 3 maggio 2017 quando Fernando Alonso si cala nell’abitacolo della Dallara-Honda DW12 e inanella i primi giri sull’ovale di Indianapolis. Un momento storico, col quale comincia un rapido percorso di apprendimento che stupisce il paddock d’Oltreatlantico. Marco Andretti, che quest’anno parte in pole a Indy, lo definisce «più preparato di tanti debuttanti». I risultati arrivano subito: Alonso guadagna l’accesso in Fast Nine e nel Pole Day incassa la 5^ piazza.

©McLaren
©McLaren

La gara è un’altra storia. Meno lineare ma non meno entusiasmante. L’asturiano, più bravo nelle partenze da fermo che in quelle lanciate, perde qualche posizione al via. Ma rimane nel gruppo e ci resta per tutta la corsa. La prima fase è altalenante: guadagna la testa, poi cede lo scettro per risparmiare etanolo, cede e riprende posizioni in base alla scia. È una strategia attendista, la sua, che però lo riporta davanti a tutti al giro 130. A questo punto ingaggia duelli con gli altri protagonisti della gara (che a dire il vero hanno e hanno sempre avuto più chance di lui). La gara è funestata di incidenti che la inondano di bandiere gialle: è l’anno del botto impressionante di Scott Dixon, che gli sventra la macchina ma per fortuna è privo di conseguenze. A 20 giri dalla fine, il karma colpisce Fernando: naviga solo il 9^ posizione, ma qualche speranza c’è ancora. Qualche speranza di troppo. Il motore Honda, che in IndyCar è tanto più prestante rispetto alla F1, perde potenza e inonda la pista di fumo. Il primo match-point dello spagnolo è andato.


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Passa un anno, passa un altro. Questa volta Alonso non va in America. Dopo tanti bisticci e parecchi stracci, McLaren e Honda divorziano. A Woking sbarcano i motori di Viry-Chatillon e la squadra inglese, complice la mutilazione di Force India in classifica, chiude il Campionato F1 in sesta posizione. L’Atlantico è più ampio e più profondo: in Giappone non vogliono più sentir parlare di Nando. E gli si chiudono le porte dell’Andretti Autosport, la squadra che l’ha meravigliosamente preparato per la Indy 500 del 2017. «Avrei potuto essere a Indy anziché qui» aveva confidato a Nigel Roebuck, ex giornalista F1. Invece gli tocca attendere. Ma scalpita, e iniziano i sussurri: sta spingendo per inventarsi un team satellite degli Andretti col motore Chevy? In effetti, dopo qualche mese, l’Harding Racing entra nell’orbita Andretti. Era proprio la scuderia motorizzata Chevrolet sulla quale qualcuno scommetteva avrebbe corso Alonso. Ma lo spagnolo non correrà in quella macchina.

Alonso a Indy 2019

Nel 2019 McLaren prova entrare in IndyCar. La scuderia inglese ha passato mesi e mesi a flirtare con gli Andretti. La Honda non vuole: il matrimonio non s’ha da fare. E non si fa. Anche l’opzione Rahal tramonta prima d’essere davvero decollata. Morale della favola, l’operazione naufraga e Alonso torna a Indy “soltanto” con la McLaren. Stavolta il motore è quello giusto, quello della Casa del Cravattino. È il team che è quello sbagliato. La squadra britannica arriva da sola al grande appuntamento e un detrito fora uno pneumatico e con esso le speranze dello spagnolo. È il disastro. Fernando manca la pre-qualificazione di sabato e si trova a combattere per l’ultima fila nel corso del Bump Day. Mancando anche quella.

«Il successo o la delusione arrivano solamente quando si affrontano grandi sfide, quindi accettiamo il verdetto» racconta alle telecamere. «Ora testa al prossimo obiettivo!». Cambio gioco. L’asturiano si dà al Mondiale Endurance e per due stagioni porta a casa grosse soddisfazioni. Vince il WEC nel 2018-2019. Vince per ben due volte la 24 Ore di Le Mans: nel 2018 e nel 2019. Torna negli States per la 24 Ore di Daytona: il primo anno è sfortunato e si ritira. Nel 2019 vince anche lì. E, ciliegina sulla torta, partecipa al Rally Dakar a gennaio 2020 assieme al navigatore Marc Coma. Si ferma alla 13^ piazza, dopo aver sfasciato una sospensione. Tra le grandi gare dell’automobilismo, gliene mancano poche: per esempio la 12 Ore di Sebring.

©Fernando Alonso
©Fernando Alonso

Passa acqua sotto i ponti. La McLaren si decide allo sbarco a Ellis Island. Woking ha finalmente trovato un partner per la full season della IndyCar Series: si tratta dello Schmitt Peterson Motorsport, che rinuncia al nome in cambio del prestigioso McLaren e della sponsorizzazione di Arrow. La #5 e la #7 vanno a due giovani talenti: O’Ward e Askew. Ma presto arriva l’ufficialità: Fernando Alonso correrà a Indianapolis. È l’ultima apparizione dell’asturiano coi colori della squadra con l’Union Jack: negli stessi giorni dell’agosto del Covid-19 arriva il grande annuncio del ritorno del due volte Campione del mondo nella categoria regina dell’automobilismo. Sarà questo a portargli male? Anche stavolta le qualifiche vanno male, le lancette del cronometro lo condannano alla 26^ piazza. Domani è un altro giorno: l’ultimo per addentare la Triple Crown? Chissà. Graham Hill, l’unico detentore del trofeo immaginario, attende il successore. Domenica, l’anno prossimo, quello dopo: non è importante.

©Keystone-France/Gamma-Keystone (Getty Images)
©Keystone-France/Gamma-Keystone (Getty Images)

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Marco Di Geronimo

Nato a Potenza nel 1997, sono appassionato di motori fin da bambino, ma guido soltanto macchinine giocattolo e una Fiat 600 ormai sgangherata. Scrivo da quando ho realizzato che so disegnare solo scarabocchi. Su Fuori Traiettoria mi occupo, ogni tanto, di qualcosa.

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