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La regina di Villa D’Este: Alfa Romeo 33 Stradale

1967, Gran Premio di Monza. Mentre in pista Jim Clark, John Surtees, Bruce McLaren, Jack Brabham ed i loro colleghi si apprestano a darsi battaglia, lì appena fuori dai cordoli il pubblico degli appassionati è attratto da qualcos’altro. Quel qualcos’altro ha un marchio prestigioso che splende sul cofano, un marchio che rappresenta un’intera città. Per gli appassionati…

31 Maggio 2018
4 min read

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1967, Gran Premio di Monza. Mentre in pista Jim Clark, John Surtees, Bruce McLaren, Jack Brabham ed i loro colleghi si apprestano a darsi battaglia, lì appena fuori dai cordoli il pubblico degli appassionati è attratto da qualcos’altro. Quel qualcos’altro ha un marchio prestigioso che splende sul cofano, un marchio che rappresenta un’intera città. Per gli appassionati di ogni età è genere però è una filosofia di vita, non un semplice marchio, trascende da tutto. In quel weekend di gara, veniva presentata al mondo un’auto diversa, quasi mitologica: l’Alfa Romeo 33 stradale.

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Il fine settimana appena passato nella prestigiosa cornice di Villa D’Este ci ha regalato come al solito una kermesse d’incanto, dove sogni, stile ed eleganza s’incontrano ancora oggi in un clima d’altri tempi. Anche quest’anno la presenza era agguerrita e folta, ma quello stupore che persuase il mondo 51 anni fa è tornato. Perché in fondo la 33 stradale è un capolavoro senza tempo, ed è a tutti gli effetti una delle auto più belle mai costruite. Infatti sulle sponde del Lago di Como è stata insignita di due tra i premi più prestigiosi: la Coppa d’Oro”, riconoscimento assegnato al capolavoro italiano direttamente dal pubblico intervenuto alla manifestazione, ed il trofeo Bmw Group Italia.
Ma ora vi starete domandando: per quale motivo è così speciale come auto?

Presentata come già detto nel 1967 – in anteprima al Gp di Monza e ufficialmente al Salone di Torino – destò sin da subito stupore e ammirazione. L’idea iniziale ad Arese era quella di produrre 50 esemplari – alla fine ne furono realizzate solo 18, 5 delle quali allestite da famosi carrozzieri dell’epoca – derivati direttamente dalla 33/2 che partecipava al mondiale sport prototipi, l’attuale WEC per intenderci. Compito non semplice quello di dettare le linee, ed è per questo che in Alfa la scelta cadde su un nome importante, quello di Franco Scaglione. Il designer, famoso specialmente negli anni ’50 per le sue splendide creazioni più uniche che rare – ad esempio l’Alfa Romeo Bat -, plasmò la vettura in un mix sinuoso di curve e forme arrotondate che regalarono alla 33 delle linee pulite, morbide uniche e senza tempo.
Essendo una vettura che derivava direttamente del mondo delle corse i punti cardine dovevano essere due: leggerezza e massima rigidità.
Per ottenere tutto questo, il telaio della 33 stradale si basa su una struttura tubolare in acciaio e magnesio, derivata da tecnologie aeronautiche e che ancora oggi risulta all’avanguardia. Il passo rispetto alle versione utilizzata nelle competizioni venne leggermente allungato per permettere una migliore abilità e vennero utilizzate, per la prima volta in un’auto, le portiere ad “Ali di Gabbiano”.
Il risultato, oltre a delle linee senza tempo, fu un peso estremamente contenuto, pari ad appena 700 kg.

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Se vi è parso un capolavoro il mix tra telaio e linee il motore che spinge la fuoriserie del Biscione non è da meno. Il propulsore venne progettato da due delle migliori menti che il panorama Motoristico potesse offrire, Busso e Carlo Chiti, quest’ultimo vero mostro sacro della casa di Arese in quanto responsabile del reparto corse, l‘Autodelta. Si parla di un V8 da 2 litri caratterizzato da un alesaggio maggiore della corsa – 78mm e 52,2 -, che permetteva di privilegiare gli alti regimi rendendo il suono del motore una sinfonia. Costruito interamente in alluminio e magnesio, dotato di iniezione meccanica indiretta “Spica” e una lubrificazione a Carter Secco, vantava una potenza di 230 Cv, assai elevata per l’epoca – nonostante fosse inferiore a Ferrari e Lamborghini, che disponevano di motori però molto più grandi – e che ancora adesso è una sorta di record, se si pensa che questi 230 Cv vengono erogati senza nessun ausilio elettronico come al contrario accade oggi. Lo 0-100 km/h veniva coperto in 5.6 secondi – ai tempi da una rivista specializzata il tempo rilevato fu di 4.9 -, mentre la velocità massima era di circa 260 km/h.

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Tutte queste tecnologie di prim’ordine comportarono un costo non indifferente, pari 9.750.000 lire. Per dare qualche numero, vi basti pensare che la Lamborghini Miura costava 7.700.000 lire, una Ferrari costava circa 6 milioni mentre una Jaguar E-Type si aggirava a poco più di 5 milioni. Una cifra mostruosa che oggi si riflette anche sul mercato delle classiche. Pressoché introvabile, la sua quotazione odierna è inarrivabile, e verosimilmente vicina ai 10 milioni di euro.
Con cifre del genere, a noi non rimane ammirarla e sognarla.
Francamente però, rimane l’auto che da bambino – vedendola in un vecchio giornale – mi fece innamorare sin da subito. Ogni volta che vedo una sua foto i miei occhi tornano quelli di un pargolo che sogna di averla o, anche semplicemente, di guidarla. Perché in fondo noi appassionati di motori siamo dei bambini, pronti a sognare ogni singola volta che ci si presenta la possibilità di guardare un bolide con le sue forme sinuose. E, in questo caso, uniche.

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Marco Perziani

Dal 1991 ossessionato dai motori. Vi parlo di nuove uscite, e narro storie. Tutto esclusivamente a base di cilindri, passione, odor di carburante possibilmente sulle note di un V10 aspirato.

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